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SUICIDI/ Perché il lavoro cancella gli affetti?

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Non più terzomondo, oggi, non più proletariato e sotto-, non più rivolte e cortei anni settanta. La “libera” circolazione delle merci realizza − a-soggettivamente, a-nonimamente − la cancellazione della singolarità della persona, la sua eccedenza rispetto a qualunque attributo o rappresentazione. Il lavoro ha visto ridursi progressivamente quel margine di valore incalcolabile, margine di impagabile gratuità che distingueva il lavoro artigiano e la sua preziosità. Arte, appunto. Divenuto esso stesso merce nella logica dell’accumulo capitalistico, il lavoro sembra vedere ora − proprio in questa aleatorietà − un ulteriore depauperamento libidico. 

Per questo stupisce che − di fronte ad ogni nuovo atto suicidario − i media sembrino in vario modo chiedersi “Ma che succede?!” − chiedersi e anche rispondersi, con legittime sensatissime osservazioni: gli equitagli sono drammatici, certo, ma figli e famiglia non valgono ben di più? Legittime sensatissime risposte, ma la questione che si profila, grave, non va chiusa con troppa facilità, perché implica più piani, è situata in una complessità da cui si intravvedere la dimensione etica e politica della clinica.

Certamente − a un primo livello − ci si chiede perché mai debiti e fallimenti, spesso determinati da altrui responsabilità, portino a questo atto “ultimo”, chiusura − questa sì − definitiva con la vita. Com’è possibile che prima di questa scelta irreversibile non si veda che, al di là dell’azienda che “si chiude”, ci sono invece gli affetti, che valgono e che invece non si chiudono, e la vita che comunque può riaprirsi e − forse − ancora sorprendere?! 

Su questo piano si può subito osservare che l’essere umano, da che viene al mondo − si mette in moto e si apre alla relazione a partire da elementi che lo fanno consistere attraverso un’immagine di sé che l’altro sostiene e rimanda, preziosa immagine in cui il soggetto si trova profondamente radicato perché è a partire da lì che si vede amabile, dall’altro come da se stesso, punto di identificazione, tanto fragile quanto difficile da lasciare, difficile da sostituire con del nuovo e ignoto. Stratificata nel tempo e negli incontri, la presa di queste prime identificazioni risulta sempre più forte nel definire la persona, come sa bene chi opera nel campo clinico, e per questo i mutamenti a questo livello sono lenti e incerti. Dunque − se qualcosa infrange brutalmente queste preziose antiche radici dell’identità − può risultare estremamente difficile che la persona continui a sostenersi, e non senta e non veda come soluzione unica il precipitarsi nel buco nero, nell’annullamento, nell’assenza di orizzonte e di prospettiva, nella radicale disperazione di non esser più amabile, privato di un riconoscimento essenziale al vivere: così, chi ha speso la vita nel sostenersi-sostenere altri nella sicurezza e negli agi, fonte di un conseguente riconoscimento sociale più ancora che economico, può sentirsi precipitare in un buio senza fondo, quando questa posizione vien meno, si frantuma, si consuma nel fallimento, lasciando emergere una maschera insopportabile di vanitas. Siamo abituati a identificare “immaginario” con “effimero”, ma sappiamo bene – perfino con Mc Luhan, che non è uno psicoanalista! − che non c’è niente di più erroneo: non è per caso che siamo preda del quarto e ben di più del quinto potere: civiltà “inghiottita dall’immagine”. 



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COMMENTI
29/05/2012 - alti sulle nubi? (Antonio Servadio)

Bella trattazione, ma troppo accademica, avulsa dalla realtà nonchè priva di altri elementi valutativi che pure andrebbero considerati. Siamo sicuri che queste persone non siano schiacchiate da monti di debiti? A certi livelli non è questione di "libido" o di desiderio, ma di sapere che i conti troppo sfondati non si sa più come poterli sanare - dato il contesto, che è poi quello che ha causato quegli sforamenti. C'è chi si agita e si arrovella e soffre concrete situazioni o soffre per gli altri. Ma se ne vendono tanti di benestanti troppo occupati a fare shopping per capire che le notizie dei giornali toccano il prossimo, persone in carne ed ossa, non gente di carta stampata. Ci sono aziende che chiudono perchè in attivo sulla carta ma cronicamente in attesa di pagamenti, anche da parte degli enti pubblici. Altre resistono ma non può durare in eterno. Va bene il desiderio, la libido ecc. Io ho il sospetto che queste siano persone troppo sole al comando di troppe cose. E siamo sicuri che questi abbiano quei tanti decantati affetti personali che ne compensino i traumi? Perchè non sono cose che si acquistano al centro commerciale, nei quarti d'ora tra un impegno ed un altro. Siamo sicuri che questi disgraziati non soccombano ad un proprio eccesso di ottimismo e, appunto, di desiderio, sproporzionato, incompatibile con l'andamento dell'economia? Magari qualche dato a corroborare le speculazioni ci starebbe bene.