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SUICIDI/ Perché il lavoro cancella gli affetti?

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E tuttavia, non è questo livello, pur esplicativo di una devastazione identificatoria, a rendere particolare questa impressionante catena di morte, tale da interrogare profondamente chi opera in una clinica orientata nei “legami sociali”. Non si tratta infatti di trovar senso clinico alla scelta suicidaria... La sua ricorrenza attuale − non  certo da cogliere nel suo interesse statistico − induce riflessioni su riferimenti identificatori e simbolici su ben più vasta scala. Nella luce sinistra di questi mesi, sembra entrar in gioco qualcosa che è stato poco messo a fuoco dalla cultura classica della consultazione, che deve qui far valere il suo strutturale radicarsi in una logica di legame. Nella drammatica provocazione dei suicidi, si tratta di cogliere in termini clinico-strutturali proprio la dimensione libidica del lavoro e le conseguenze socialmente incalcolabili della sua deprivazione

La si può cogliere sul singolo, come appunto risulta dai suicidi degli imprenditori, dalla muta domanda che essi sottendono, svuotati di ciò che causa il loro desiderio, di ciò che fa “impresa”, opera, incidenza. Tuttavia, il vero punto su cui altrettanto se non soprattutto ragionare sono gli effetti che si producono, a ritmi sempre più serrati, sulle generazioni di “adulti” prossime venture, che già da ora si trovano nel paradosso di un presente in cui il futuro è irrappresentabile. In questo presente-senza-futuro, i nuovi nati che si affacciano alla vita possono esservi ospitati solo come figli, non quindi già impegnati verso una logica di emancipazione, ma fissati nella necessità di una dipendenza interminabile (economica e quindi psichica) da genitori sempre più attivi e longevi, cui dovranno affidare i loro piccoli da accudire per potersi “permettere il lusso” di un lavoro. Sono quelli i veri grands parents, come si dice in francese... I grandi, gli adulti, arrivati ed efficienti, cui i “piccoli genitori” rischiano di restare in una soggezione a vita. Privati della dolorosa ma salutare montaliana “fine dell’infanzia”, piccoli genitori non crescono, restando al di qua della contingenza delle scelte, del rischio di responsabilità assumibili. Anche a non voler invocare le Scritture − e l’uomo che deve lasciare il padre e la madre... − gli effetti regressivi di questa non-separazione non sono da tempo − a ben vedere − nelle cronache quotidiane? 

In vesti diverse: come infatti non intendere che una simile deresponsabilità generalizzata rischia di “far ritorno nel reale” di separazioni brutalmente agite, che vuol dire non simbolizzate, non accadute psichicamente, che possono realizzarsi come violenza distruttiva anche a livello intrafamiliare. Da Novi e Cogne ai maltrattamenti di ogni tipo che sempre di più vengono messi in atto in famiglia, ai bambini oggetto, “buttati”: nei cassonetti o giù dalla finestra, come da recentissima notizia di cronaca, gadget divenuti inservibili... Atti che sono pietre al posto di parole non più dicibili, non più articolabili, fuori discorso, fuori speranza. La possibilità di separarsi dalla propria dimensione infantile, la chance singolare della crescita, il diritto a un “passaggio all’adulto”, alla “rivolta giovanile”, ai figli contro i padri come nei mitici anni 70, vengono sostituiti dai modelli anonimi e generalizzati delle dipendenze, forme di godimento forzato, individualistico, senza legami viventi, secondo immaginari spesso aggressivi e del tutto virtualizzati, come videogiochi recitati secondo spartiti già scritti di un funebre teatro. Gli hikikomori, i ragazzi giapponesi chiusi nella loro stanzetta, isolati anche al loro mondo familiare, paghi solo di legami notturni e virtuali, senza corpo e senza scambio, realizzano alla lettera questo destino. 



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COMMENTI
29/05/2012 - alti sulle nubi? (Antonio Servadio)

Bella trattazione, ma troppo accademica, avulsa dalla realtà nonchè priva di altri elementi valutativi che pure andrebbero considerati. Siamo sicuri che queste persone non siano schiacchiate da monti di debiti? A certi livelli non è questione di "libido" o di desiderio, ma di sapere che i conti troppo sfondati non si sa più come poterli sanare - dato il contesto, che è poi quello che ha causato quegli sforamenti. C'è chi si agita e si arrovella e soffre concrete situazioni o soffre per gli altri. Ma se ne vendono tanti di benestanti troppo occupati a fare shopping per capire che le notizie dei giornali toccano il prossimo, persone in carne ed ossa, non gente di carta stampata. Ci sono aziende che chiudono perchè in attivo sulla carta ma cronicamente in attesa di pagamenti, anche da parte degli enti pubblici. Altre resistono ma non può durare in eterno. Va bene il desiderio, la libido ecc. Io ho il sospetto che queste siano persone troppo sole al comando di troppe cose. E siamo sicuri che questi abbiano quei tanti decantati affetti personali che ne compensino i traumi? Perchè non sono cose che si acquistano al centro commerciale, nei quarti d'ora tra un impegno ed un altro. Siamo sicuri che questi disgraziati non soccombano ad un proprio eccesso di ottimismo e, appunto, di desiderio, sproporzionato, incompatibile con l'andamento dell'economia? Magari qualche dato a corroborare le speculazioni ci starebbe bene.