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SUICIDI/ Perché il lavoro cancella gli affetti?

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Come non leggere proprio in questi rituali di morte sociale, specie giovanile, un macroscopico rifiuto di quella dipendenza strutturale dalla relazione, che è dimensione reale della soggettività, che ci fa uomini, esistenze che, in questa “aiuola che ci fa tanto feroci”, devono fare comunque i conti con il loro essere insieme, con la natura misteriosa ma anche esaltante dei loro legami.

Allora tanto più il lavoro − nella sua dimensione di investimento vitale − non può non interrogare una clinica che si regoli sui “legami sociali”. La sua sottrazione mortifera risulta centrale in una lettura del malessere contemporaneo, oltremoderno, direi, più che postmoderno, per accentuarne l’eccedenza piuttosto che la cronologia.

Interrogarsi su questi suicidi è quindi radicale, e sulle forme cliniche con le quali affrontarli, leggendone in anticipo la domanda, predisponendo luoghi nei quali ascoltare e rilavorare il capolinea mortifero come punto da mettere invece a un lavoro di pensiero: la perdita di immagine − sentita in malinconico contrasto con un ideale che soldi e prestanza hanno fino a quel momento sostenuto − può aprire a del nuovo, può trovare, inventare legami inediti? Chi pensa all’atto estremo è davvero − ancora secondo Pavese − “uomo solo dinanzi all’inutile mare”? per il quale “l’attesa della sera, l’attesa del mattino” è finita, per cui niente arriverà più a sostenere una identità vivibile, che diviene muro invalicabile.

Un lavoro clinico che stia su questa frontiera senza luce, implica in effetti una riformulazione anche culturale di questo limite del vivibile, di ciò per cui vale la pena, che non è commisurabile alla prestanza dell’immagine, ma è un reale con cui confrontarsi, che potrebbe, forse, far sorpresa, che potrebbe, forse, arrivare a mettere in gioco nuovi percorsi, il recupero di dimensioni antiche e magari un tempo scartate, l’apertura di squarci relazionali e valoriali inediti. Un futuro, ancora... Come la piccola Speranza di Péguy, un domani bambino, potendo – ancora... − “guardarlo giocare”.

 



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COMMENTI
29/05/2012 - alti sulle nubi? (Antonio Servadio)

Bella trattazione, ma troppo accademica, avulsa dalla realtà nonchè priva di altri elementi valutativi che pure andrebbero considerati. Siamo sicuri che queste persone non siano schiacchiate da monti di debiti? A certi livelli non è questione di "libido" o di desiderio, ma di sapere che i conti troppo sfondati non si sa più come poterli sanare - dato il contesto, che è poi quello che ha causato quegli sforamenti. C'è chi si agita e si arrovella e soffre concrete situazioni o soffre per gli altri. Ma se ne vendono tanti di benestanti troppo occupati a fare shopping per capire che le notizie dei giornali toccano il prossimo, persone in carne ed ossa, non gente di carta stampata. Ci sono aziende che chiudono perchè in attivo sulla carta ma cronicamente in attesa di pagamenti, anche da parte degli enti pubblici. Altre resistono ma non può durare in eterno. Va bene il desiderio, la libido ecc. Io ho il sospetto che queste siano persone troppo sole al comando di troppe cose. E siamo sicuri che questi abbiano quei tanti decantati affetti personali che ne compensino i traumi? Perchè non sono cose che si acquistano al centro commerciale, nei quarti d'ora tra un impegno ed un altro. Siamo sicuri che questi disgraziati non soccombano ad un proprio eccesso di ottimismo e, appunto, di desiderio, sproporzionato, incompatibile con l'andamento dell'economia? Magari qualche dato a corroborare le speculazioni ci starebbe bene.