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LETTERA CARRON/ Ricorda a me, ebreo, che l'io è responsabile davanti a Dio

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Julián Carrón, alla guida di Cl (InfoPhoto)  Julián Carrón, alla guida di Cl (InfoPhoto)

Il capitolo 12 della Genesi si apre con il comando di Dio ad Abramo Lech lechà, “Vattene via”. I Maestri ci insegnano che tale comando potrebbe però anche significare “va verso te stesso”, ossia, “alla ricerca di te stesso”. “Vattene dentro te stesso”, ascolta la voce che ti viene da dentro e non sempre quella che ti proviene dall’esterno; soltanto attraverso questo processo Avràm, Abramo, diventa Avraham “padre di numerose genti”, un vero universalista.

La stessa nascita dal patto tra il popolo ebraico e il Signore ha alla base questa modalità. Ed infatti quando il popolo ebraico si accampò sotto il Monte Sinai per ricevere la legge, lo fece come un popolo unito, “come un sol uomo, con un solo cuore” perché solo un popolo unito può ricevere la Torah, ma sempre sapendo che questa unità non significa omologazione, perché come dice il Talmud “i volti delle persone sono diversi così le loro idee sono diverse”.

Ogni uomo è un mondo e la diversità è una ricchezza.

Questo vuole dire che, anche la legge più elevata, la legge del Signore, per essere accolta da una collettività, deve essere sentita e riconosciuta da ogni singolo. Deve parlare all’identità di ogni uomo, ai suoi bisogni e desideri, ad un io che viene responsabilizzato, proprio nel momento in cui gli viene assicurata la libertà.

Siamo dinanzi a una sussidiarietà ante litteram, che ha alla base il riconoscimento della forza creativa del singolo individuo il quale diventa contraente di un accordo con il Signore.

Ed è proprio questo il secondo aspetto che mi ha colpito nelle parole di Julián Carrón: l’uomo che va a fondo a se stesso, assume su di sé una responsabilità, individuale e collettiva. Perché apre la propria vita a Dio.

In questo senso, diviene fondamentale il rapporto con la legge e con l’insegnamento di Dio. L’uomo è chiamato a vivere ogni momento della sua esistenza riconoscendo la presenza del Signore, sempre e comunque, nell’ambito di una relazione che valorizza, però, i principi di libertà e responsabilizzazione. Una relazione che non opprime, ma libera l’uomo.

Non a caso, la nascita del Popolo ebraico, ricordata con la festa di Pesach, è il momento in cui Dio dichiara di essere il soggetto “che ti ha fatto uscire dall’Egitto, dalla terra della schiavitù”.

L’ebreo diventa quindi libero, un cittadino ante litteram, nel momento in cui riconosce Dio nella propria vita, sapendo che l’unica sottomissione possibile è proprio quella divina.

Dio libera l’uomo che ne accetta il giogo: questa è lo straordinario messaggio che è alla base della tradizione ebraica.

L’uomo libero e liberato deve servire il Signore, consapevole di avere un preciso compito, una responsabilità da vivere nella propria particolare esperienza. E la libertà conquistata non ha senso se non c’è la legge del Signore.



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