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HOWARD CARTER/ Cavillier (egittologo): i tesori dei successori di Tutankhamon sono ancora tutti da scoprire

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Vorrei tralasciare le interpretazione di molti che attribuiscono queste opere agli extra terrestri o, comunque, a presenze non umane. Studiando approfonditamente questa civiltà, non stupisce che tali costruzioni fossero così imponenti: esse dovevano servire a custodire le spoglie del faraone, cioè un Dio in terra. L’intero paese si muoveva e lavora incessantemente, ciascuno per il proprio settore, per permettergli di involarsi verso il cielo attraverso la più imponente delle tombe: partecipando a questo processo, inoltre, ci si avvicinava all’aldilà da beati.

Quali sono le difficoltà economiche o burocratiche che affronta un egittologo che si appresta agli scavi?

Ai tempi di Carter esistevano pochissimi egittologi al servizio di ricchi mecenati che finanziavano le missioni. Purtroppo, oggi occorre avere una base economica per potersi permettere il viaggio, il soggiorno e le licenze di scavo. Oggi, poi, i controlli del governo egiziano sono molto serrati e l’egittologo è costantemente accompagnato da un ispettore che ne controlla il lavoro.

Ci sono parecchie diatribe fra governi che si contendono i reperti rinvenuti. Lei cosa ne pensa?

Le parole dell’archeologo dell’Ottocento Champollion furono profetiche: “ciò che appartiene all’Egitto, sia che si tratti di monoliti o portali, deve restare dove è stato rinvenuto”. Un obelisco non ha lo stesso effetto in una strada trafficata o davanti ad un tempio, suo luogo naturale. Dall’altro lato, ciò che è stato fatto appartiene alla storia e le grandi collezioni museali hanno esigenza di sopravvivere perché hanno garantito che la cultura si tramandasse nei secoli.

 

(Federica Ghizzardi)



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