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RAGIONE & FEDE/ Perché la bellezza delle cose non ci dice più nulla?

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Michelangelo, Pietà Rondanini (1552-53; 1555-64; immagine d'archivio)  Michelangelo, Pietà Rondanini (1552-53; 1555-64; immagine d'archivio)

Resta, è vero, in Kant e soprattutto nella cultura romantica, un rapporto privilegiato del bello con il bene (pensiamo all’enfasi posta da Friedrich Schiller sull’estetica come educazione alla libertà), ma anche in questo caso il bene cui la bellezza conduce costituisce un puro ideale, un dover-essere che per sua natura eccede il piano dell’esistente, e anzi trova tutta la sua forza e la sua suggestione nel prospettare  – con l’immaginazione e la fantasia – ciò che la ragione non sarebbe mai capace di cogliere con i concetti.

La “possibilità” estetica della bellezza viene sempre più a coincidere con la sua “impossibilità” reale o oggettiva. Non a caso Hegel (nelle sue Lezioni di estetica), proprio nel momento in cui afferma che la bellezza artistica supera di gran lunga quella naturale, poiché è una «bellezza generata e rigenerata dallo spirito», sostiene che l’arte stessa è destinata alla “morte” perché il suo contenuto spirituale deborderà sempre di più dagli schemi della sua rappresentazione sensibile.

Nello spazio aperto da questa morte o impossibilità, è stato Theodor W. Adorno, nella sua Teoria estetica (1970), a rendere nella maniera più chiara e direi più struggente la separazione inevitabile dell’esperienza estetica dalla realtà esistente di fatto. Quest’ultima è sempre “schiacciata” sotto il peso della sua identità, cioè essa “è quello che è” e non può che essere così. L’“estetico” invece costituisce un’antitesi rispetto all’esistente, una presa di distanza rispetto al principio di realtà. In ogni vera opera d’arte diviene così possibile un non-esistente, una realtà non-effettiva, come una promessa che, di fatto, non si potrà mai compiere. In tal modo l’arte, nel suo apparire di bellezza e di forma, promette e insieme tradisce, e l’apparenza stessa non vale più come traccia di un possibile, ma come consapevole illusione o mero inganno, appunto perché ciò a cui ci rimanda è impossibile.

Certo, nell’estetica novecentesca possiamo rintracciare anche dei tentativi di ridare uno spessore “ontologico” o di “verità” all’esperienza del bello, come ad esempio nell’ermeneutica di Hans-Georg Gadamer. Ma proprio parlando della verità estetica, egli conferma clamorosamente che la bellezza non ci fa conoscere niente della realtà stessa; o meglio: ci fa conoscere la realtà solo in quanto essa è una produzione culturale all’interno di un canone linguistico condiviso da un’umanità storica (cfr. L’attualità del bello, 1977). Il bello non è solo qualcosa che, evidentemente, si offre alla nostra interpretazione, ma è qualcosa il cui essere consiste appunto nell’essere-interpretato, e cioè in definitiva nell’essere un prodotto ermeneutico.

Se Gadamer ha dato voce alla tradizione continentale, Nelson Goodman ha invece espresso in maniera paradigmatica l’approccio al problema dal punto di vista della tradizione analitica americana. Egli afferma con decisione che l’arte, e quindi la percezione estetica, possiede senz’altro un valore conoscitivo, o meglio essa è un’«attività cognitiva» al pari della scienza, ma proprio perché da parte sua la conoscenza – estetica o scientifica che sia – considera la realtà come un prodotto del linguaggio o meglio, dei diversi sistemi simbolici con cui percepiamo, e quindi “facciamo” il mondo (worldview come worldmaking). Per questo Goodman afferma: «Che la natura imiti l’arte [come avrebbero detto Hegel e Gadamer] è una massima troppo prudente. La natura è un prodotto dell’arte e del discorso» (I linguaggi dell’arte, 1976).



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