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RAGIONE & FEDE/ Perché la bellezza delle cose non ci dice più nulla?

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Michelangelo, Pietà Rondanini (1552-53; 1555-64; immagine d'archivio)  Michelangelo, Pietà Rondanini (1552-53; 1555-64; immagine d'archivio)

Che cosa ci fa conoscere la bellezza? La domanda può essere intesa in due modi diversi ma complementari: essa si riferisce in primo luogo a quelle condizioni dell’esperienza che ci permettono di giudicare qualcosa come “bella”, e più in generale ci fanno conoscere la realtà della bellezza. Ma in secondo luogo quella domanda si riferisce a ciò che la bellezza stessa ci permette di conoscere, o meglio quella specifica conoscenza della realtà – di noi stessi e del mondo – che acquisiamo grazie alla bellezza.

Tutto il problema della bellezza nella nostra epoca può essere sintetizzato nel fatto che i due sensi di questa domanda sembrano essere ormai definitivamente divaricati l’uno rispetto all’altro. Di modo che nell’esperienza soggettiva del bello (in quello che da Kant in poi chiamiamo il “gusto” del bello) si indebolisce, fino a perdersi, ogni pretesa di conoscenza; e a sua volta la conoscenza “oggettiva” delle cose si identifica progressivamente con la loro misurabilità e la loro costruibilità. Per questo vale la pena riaprire una questione che sembrerebbe essere già stata risolta e archiviata, vale a dire: qual è la dimensione conoscitiva del bello? Ci permette esso di allargare la nostra conoscenza del mondo e di noi stessi o dev’essere confinata all’interno di un sentimento soggettivo?

La risposta più diffusa a tale questione nell’epoca contemporanea è che la bellezza è segnata da una radicale impossibilità conoscitiva. E questo avviene proprio nel momento in cui si afferma definitivamente una tendenza tipica del pensiero moderno, secondo la quale il bello non può più essere pensato come una caratteristica dell’essere (quindi in rapporto con la verità), bensì come una rappresentazione tutta interna al soggetto umano. Questa rappresentazione sta alla base dell’“estetica”.

È significativo che l’inventore di questa disciplina, Alexander G. Baumgarten, nel 1750 scrivesse che «la bellezza della conoscenza» è «un effetto prodotto da colui che pensa in modo bello, né più grande né più nobile delle forze vive di cui quest’ultimo dispone». Un principio che Kant riprenderà nella Critica del giudizio (1790), determinando il canone di tutta l’estetica successiva: «Per distinguere se una cosa è bella o no, noi non riferiamo la rappresentazione all’oggetto mediante l’intelletto, in vista della conoscenza; ma, mediante l’immaginazione (forse congiunta con l’intelletto), la riferiamo al soggetto, e al suo sentimento di piacere o dispiacere. Il giudizio di gusto non è dunque un giudizio di conoscenza, cioè logico, ma è estetico; il che significa che il suo principio di determinazione non può essere se non soggettivo», sebbene non in senso arbitrario o relativistico, ma universale.

La controprova di questo sta nel fatto che per Kant quando affermiamo che qualcosa è bello non ci interessa affatto l’esistenza dell’oggetto che giudichiamo bello, ma solo il sentimento di piacere prodotto in noi dal gioco armonico tra le facoltà della nostra mente (sensibilità, immaginazione, intelletto). Nell’esperienza della bellezza non è la ragione che si apre ad accogliere l’attrattiva dell’essere o il fascino del mondo (questo per Kant sarebbe solo “piacevole”, non “bello”); piuttosto è il piacere dell’oggetto che viene prodotto a priori da un giudizio universale della ragione.



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