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RAGIONE & FEDE/ Perché la bellezza delle cose non ci dice più nulla?

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Michelangelo, Pietà Rondanini (1552-53; 1555-64; immagine d'archivio)  Michelangelo, Pietà Rondanini (1552-53; 1555-64; immagine d'archivio)

Di fronte a questa ambigua condizione della bellezza, divisa tra un’impossibilità a “realizzarsi” (cioè ad essere “reale”) e una realizzazione prodotta dalle possibilità storico-linguistiche dell’interpretazione, nasce l’idea che forse essa ha bisogno di essere “liberata” paradossalmente da questa sua condizione di ostaggio dell’estetica, per poter tornare a mostrarsi e a parlarci nella sua propria lingua. Forse varrebbe la pena ipotizzare che la bellezza non debba essere compresa innanzitutto a partire dal “gusto” soggettivo o dalla creazione spirituale o dalla interpretazione culturale, bensì a partire dalla stessa percezione che noi abbiamo della realtà.

C’è una testimonianza che ha segnato – tra le altre – in maniera per me decisiva la storia di questo problema. È quella offertaci da Agostino d’Ippona nel X libro delle sue Confessioni (397-400), lì dove egli descrive il modo in cui il nostro «io interiore» (ego interior) giunge a conoscere il significato ultimo della realtà con l’aiuto del nostro «io esteriore» (per exterioris ministerium), o più precisamente, il modo in cui il mio “animo” conosce il dono dell’essere per mezzo dei sensi del corpo (Conf. X, 6.9). Ma il contesto di questa descrizione è particolarmente significativo: Agostino vuol sapere chi è il suo Dio, vale a dire dove può localizzare quel significato che si è rivelato a lui come una presenza amorosa attraverso gli incontri, gli avvenimenti, i drammi stessi della sua vita. E comincia con l’interrogare le cose fuori di lui: il cielo, la terra, il mare e tutto ciò che incontra nell’universo.

Con le mie domande – scrive Agostino – porto il mio sguardo sulle cose (interrogatio mea, intentio mea), e le cose da parte loro mi rispondono attraverso la loro forma di bellezza (et responsio eorum, species eorum: Conf. X, 6.9). E tutte – proprio in quanto appaiono come belle – gli rispondono: non siamo noi quello che cerchi, «non siamo noi il tuo Dio», perché siamo state fatte.

Il problema che si pone a questo punto è: come ci parla la bellezza delle cose? E perché la risposta che essa dà alla nostra interrogazione non è intesa da tutti? Infatti, se da un lato la bellezza appare a tutti gli esseri dotati di sensi, dall’altro lato essa non parla a tutti nella stessa maniera. Gli animali per esempio la vedono, sì, ma non la capiscono, poiché essi «sono incapaci di fare domande», e non possiedono quella «ragione giudicante» (iudex ratio) che serve a decifrare e valutare i messaggi che arrivano dai sensi. Gli uomini, invece, proprio in quanto «sono capaci di fare domande» (interrogare possunt), possono scorgere il Dio invisibile attraverso il creato visibile (Conf. X, 6.10).

Le cose dunque «rispondono soltanto a chi le interroga sapendo giudicare»; la loro voce, cioè la loro bellezza non cambia, ma si presenta in modo diverso a chi la vede soltanto e a chi invece la vede e insieme l’interroga. Così, «pur presentandosi a entrambi sotto il medesimo aspetto, essa per l’uno è muta, per l’altro parla; o meglio, parla a tutti, ma solo coloro che confrontano questa voce ricevuta dall’esterno, con la verità nel loro interno, la capiscono» (sed illi intellegunt, qui eius vocem acceptam foris intus cum veritate conferunt). 



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