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IL CASO/ Gramsci, il Quaderno scomparso e gli aut aut di Mosca

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Achille Occhetto e Alessandro Natta (1918-2001), ex segretari del Pci (InfoPhoto)  Achille Occhetto e Alessandro Natta (1918-2001), ex segretari del Pci (InfoPhoto)

Il pc italiano prima resistette, poi dovette accettare la disciplina. Dal gennaio del ’30 Togliatti iniziò ad applicare con zelo quella direttiva. Gramsci, allora in carcere a Turi, non era d’accordo e questo volle dire per lui un biennio di ulteriore isolamento. Tuttavia sapeva che le decisioni politiche delicate riguardanti la sua vita carceraria erano prese in ultima istanza dal vertice del partito, impersonato da Togliatti, nel quale fino al ’35 Gramsci ripose la sua fiducia. Dopo il ’35 invece Gramsci dichiarò di sapere che probabilmente il Comintern, o lo stesso governo sovietico, o il partito comunista italiano avevano deciso di sacrificarlo; a quel punto, si rassegnò e sul proprio futuro non nutrì più illusioni.

E qui torniamo ai Quaderni.

Quando, date le sue gravi condizioni di salute, Gramsci passò al regime di libertà condizionata, diede disposizione alla cognata Tatiana di portare via dalla clinica i suoi quaderni un po’ alla volta, per non rischiare di farseli sottrarre, e di inviarli a sua moglie Giulia a Mosca. Il suo progetto, infatti, era quello di ottenere l’espatrio, di ricongiungersi alla famiglia e di lavorare ai quaderni una volta a Mosca, con l’aiuto di Sraffa.

Lei nel suo libro insiste molto sull’importanza della proposta gramsciana di una Costituente. Perché?

Perché contiene una idea generale della politica, per cui nella modernità compiuta, sia che si combatta in una situazione di regime totalitario e quindi, come nell’Italia fascista, in condizioni persecutorie e di clandestinità, sia che si combatta invece in una condizione più aperta, la lotta politica è come tale lotta per l’egemonia, cioè per l’orientamento di masse che sono già interne al mercato politico. Questo può richiedere una tattica di convergenza, per quanto temporanea, con altre forze; facendo della politica democratica il contento e al tempo stesso l’orizzonte della lotta politica. È questo il pensiero maturo di Gramsci, almeno dal 1932 in poi.

 



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