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DIBATTITO/ La doppia morale degli ecologisti fa male alla ragione (e alla vita)

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Non è soltanto la natura come mondo che ci sta di fronte ad imporci di limitare il nostro immediato desiderio di sfruttamento e di godimento, non è soltanto la necessità di fare i conti con una realtà che ci sovrasta e della quale non possiamo avere per principio il dominio assoluto, non è neppure un dio trascendente che ha dettato le sue prescrizioni alle sue creature, ma il progressivo strutturarsi nei secoli di uno statuto antropologico, storico-sociale, di cui ciascun essere umano è in qualche modo artefice e responsabile. Abbiamo cioè una responsabilità collettiva verso la natura come vivente non umano con il quale coabitiamo la terra, e abbiamo anche la responsabilità verso la conservazione del patrimonio di culture, conoscenze e principi che abbiamo strutturato come senso comune nella nostra storia millenaria. 

Il fatto che oggi, in nome di un’assoluta libertà individuale, si proclami il diritto ad avere un figlio al di fuori del processo storico-naturale che sinora ha contraddistinto l’evento della nascita, o il diritto di disporre della fine della propria vita come qualcosa di assolutamente privato, non riguarda soltanto la violazione di leggi naturali o divine, ma significa la distruzione e l’annichilimento del nostro stesso statuto antropologico. Solo se noi fossimo pure aggregazioni molecolari, costruite in modo da funzionare solipsisticamente, e cioè senza alcun legame con il mondo esterno, si potrebbe concepire una tale libertà senza limiti che non siano puramente individuali. Per valutare allora ciò che oggi significa pretendere una legislazione liberale che lasci scegliere a ciascuna donna o a ciascun uomo il modo di avere un figlio e così pure di decidere se chiudere la propria vita con un atto di autosoppressione volontaria, bisogna cercare di approfondire sul piano storico-sociale che cosa significa ancora oggi venire al mondo o morire per propria decisione.

In un inserto di Repubblica di qualche tempo fa si poteva leggere una vera e propria apologia pubblicitaria delle cosiddette fabbriche artificiali di figli che sarebbero vietate solo nel nostro Paese e impedirebbero a molte coppie e a molti singoli di realizzare  il proprio desiderio di maternità o paternità. A parte il fatto che molte donne hanno testimoniato quanto sia doloroso e umanamente penoso il percorso che conduce al successo dell’impiego delle nuove tecniche di procreazione, resta la questione che un intero segmento del processo creativo di un figlio viene totalmente sottratto ad ogni spontaneità psicologica e consegnato ad una logica meccanico-mercantile che trasforma almeno una parte del processo in un colossale business economico. 

Sono mille le considerazioni che si possono fare per portare nel dibattito pubblico la verità oggettiva su ciò che accade in queste vicende di assoluta manipolazione dei processi vitali che conducono alla nascita di un essere umano. Anzitutto l’introduzione surrettizia di una logica eugenetica, cioè di arbitraria selezione di chi ha diritto a nascere, che può condurre ad un immaginario collettivo assolutamente mostruoso: io non voglio avere un bimbo per rispondere all’istanza di continuare la vita sulla terra e di manifestare attraverso la nascita il mio amore e il mio desiderio di donare ad altri ma, al contrario, progetto un essere umano con caratteristiche naturali, dal colore dei capelli alla conformazione fisica del corpo, secondo uno standard astratto di uomo bello e forte che mi viene trasmesso dalla cultura medico-scientifica.

 



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