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DIBATTITO/ La doppia morale degli ecologisti fa male alla ragione (e alla vita)

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La logica di produrre figli secondo procedimenti meccanici di selezione di caratteri e qualità desiderabili, in vista di una capacità di prestazione, è di per sé un’aberrazione che sottrae all’esperienza dell’attesa, della gravidanza e del parto l’intero patrimonio affettivo della lenta abitudine a sentire dentro di sé il corpo di un altro essere vivente a cui dedicare le proprie cure. L’aspetto abnorme di questa procedura di selezione, che può spingersi ad ingravidare una donna di oltre cinquant’anni, è la prova evidente del carattere puramente meccanico-artificiale attribuito alla nascita di un bambino. Non ci vuole molta immaginazione per cogliere la differenza del rapporto affettivo che si istituisce fra una giovane donna che ha voluto per amore mettere al mondo un figlio a cui dedicare la propria vita, e una donna già anziana che potrebbe desiderare soltanto di avere una compagnia per la propria solitudine. 

Tutti gli esperti di psicologia infantile che si sono occupati del problema hanno sempre sottolineato la rilevanza obiettiva dell’influenza indiscutibile che i sentimenti di una donna che porta in grembo un proprio figlio hanno sulle dinamiche psichiche del nascituro. A differenza dei topi delle praterie americane, che secondo gli scienziati accolgono anche i figli di altre femmine per difendere i piccoli dall’assalto dei rapaci che piombano giù dal cielo, gli esseri umani desiderano e vogliono la nascita dei figli all’interno di rapporti amorosi che sono il collante di un intero gruppo sociale e del loro modo di abitare e di vivere. 

È banale rispondere a queste considerazioni che sempre più spesso i figli non nascono dall’accoppiamento con il proprio partner e che fra il caso e la provetta è meglio la provetta. Non si può infatti assumere ciò che accade per lo sfaldamento sentimentale delle coppie come una regola che autorizza la liberalizzazione di ogni modo di stimolare la procreazione. Il problema non è infatti introdurre divieti e sanzioni, ma porsi la responsabilità di proporre alla società in cui viviamo un modello di procreazione conforme al nostro statuto antropologico. 

Proporre alla società l’idea che i figli si possano produrre su commissione e con meccanismi artificiali induce nell’individuo contemporaneo l’illusione di un’onnipotenza sulla natura che, come la nostra società dimostra, produce effetti catastrofici. Si possono capire le spinte individualistico-liberali che caratterizzano un’epoca di neoliberismo selvaggio in cui sono stati sciolti e cancellati tutti i legami sociali e il destino dell’umanità non è più un affare collettivo; ma bisogna per lo meno produrre un dibattito pubblico in cui sia chiara la posta in gioco di tutte le istanze libertarie e dei nuovi diritti che sembrano costellare le nostre giornate. 

Mi limito a chiudere queste considerazioni con questa banale riflessione: è veramente strano che da tante parti della società si invochi la necessità di misure contro la brutale logica dei mercati finanziari di sottrarre alle decisioni individuali tutto ciò che attiene al cosiddetto bene comune, e che si invochino giustamente limiti alla ricchezza in nome della solidarietà e dell’equità redistributiva, e che poi invece si affidi assolutamente all’arbitrio individuale ciò che riguarda la vita e la morte dei membri della comunità nazionale (intesa naturalmente non come organismo ma come insieme di gruppi). Non ci si può battere per una visione solidaristica che tende giustamente a limitare l’arbitrio individuale nell’uso delle risorse naturali e poi si proclami la radicale libertà individuale nei campi della vita e della morte dove si sviluppa e costruisce l’identità culturale dell’intera società.

 



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