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DIBATTITO/ La Grecia? Con l'Europa non c'entra nulla

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Fu dunque uno straniero a dilatare in maniera straordinaria i confini della Grecità. Con Alessandro inizia l’epoca dell’Ellenismo. Da questo momento la situazione della Grecia cambia: la culla della Grecità viene ora a trovarsi in una posizione periferica, i grandi centri dell’elaborazione artistica e scientifica sono altrove − sono ad Alessandria d’Egitto, sono in Anatolia, sono comunque lontani. L’estendersi del greco favorisce la nascita di una lingua comune, la koiné, che si sovrappone alle vecchie varietà dialettali fino a farle estinguere.

Nel momento in cui i Romani si affacciano alla parte orientale del Mediterraneo, inizia un formidabile processo di integrazione che porta allo svilupparsi di una cultura unitaria (con la sola differenza della lingua: latino a Occidente e greco a Oriente). «La Grecia conquistata conquistò il rozzo vincitore e introdusse la arti nell’agreste Lazio», scrisse il poeta Orazio. I Greci accettano di buon grado questa situazione di subordinazione politica, perché pensano di poter contrapporre all’egemonia romana la loro supremazia intellettuale e ritengono che i Romani abbiano contribuito a diffondere molte delle loro istanze culturali: come scrive un linguista del secolo scorso, Ioannis Psicharis, per i Greci l’impero romano era il braccio armato della Grecità, tanto che, quando l’impero romano si suddivise in due parti e la zona orientale sopravvisse alla caduta dell’impero d’Occidente, essi continuarono a chiamarsi Romei. Ma tre fatti meritano di essere ricordati in particolare. 

1. Neppure dopo la caduta dell’impero d’Occidente la Grecia si risollevò dalla sua condizione di emarginazione: la cultura in lingua greca continuò a godere di altissimo prestigio presso popoli anche lontani, ma capitale politica dell’impero d’Oriente fu Bisanzio, e i grandi centri di cultura furono in Egitto, in Anatolia, in Siria: Atene ebbe qualche rilievo con la sua scuola filosofica, che fu comunque chiusa per ordine dell’imperatore Giustiniano. 

2. Il mondo bizantino non fu toccato dal travaglio culturale che l’Occidente conobbe: mentre questo visse un rinnovamento artistico e linguistico che, pur non rinnegando il passato, diede vita a sviluppi originali con la nascita delle lingue romanze e di nuove tradizioni letterarie, il mondo bizantino oscillò tra il disinteresse per la cultura classica e l’immobilismo: si continua a usare la koiné ellenistica, e la letteratura, prevalentemente orientata verso una produzione di interesse ecclesiastico, rimase ancorata all’uso di modelli di scrittura e di lingua lontani. 

3. Nel momento in cui Occidente e Oriente si allontanano sempre più, complici le divergenze teologiche e l’insofferenza delle Chiese orientali per il primato di Roma, si rinsaldano i legami fra la Grecia e la penisola balcanica: se il periodo dell’impero romano aveva visto intensi influssi reciproci fra lingua greca e latino, ora l’evoluzione del greco ha molti tratti in comune con quelle delle vicine lingue balcaniche (l’albanese, le lingue slave meridionali, il rumeno).

Se l’effimera dominazione degli occidentali (1204-1261) aprì il mondo greco alle nuove forme artistico-letterarie dell’occidente romanzo, la caduta di Costantinopoli (1453) e la dominazione ottomana ebbero conseguenze funeste, portando a una sostanziale eclissi della cultura greca. 

 



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COMMENTI
14/06/2012 - Europa teoria o prassi (Antonio Servadio)

La Grecia ha decisamente titolo per essere considerata un paese Europeo, molto più di altri paesi che già sono nell'Unione e di altri che forse vi entreranno. Questo è perfino inutile discuterlo, tanto è evidente. Che poi le radici dell'Europa di oggi non siano soltanto quelle della Grecia antica è altrettanto chiaro. Nessun paese è immune dalla storia e la storia è intessuta di vicende, scambi e influssi. Il discorso accademico però non ha e non deve avere nulla a che vedere con la valutazione dei pro e contro di un’eventuale brusca uscita della Grecia dall’EU. Le conseguenze sarebbero in primo luogo sul piano economico e finanziari, sia locale sia internazionale. Un'eventuale uscita non sarebbe affatto dovuta a quei fattori storici che l'autore discute, ma alla tremenda condizione finanziaria che è esplosa in Europa, con effetti devastanti in Grecia, ma con precise radici nel sistema dell'alta finanza internazionale. Non è con i cataclismi dell'economia che si rinsaldano i fili del passato, casomai si inaspriscono i vecchi guai. Inoltre, leggo nell'articolo circa la presunta "orgogliosa rivendicazione del proprio passato" e mi viene in mente l'Italia, ripiegata sui propri comodi stereotipi, grazie ai quali siamo nella condizione attuale. Infine, che "la costituzione di colonie in zone lontane fu dovuta a necessità economiche e demografiche, e mai si pose il fine di esportare la cultura greca in altre terre" rivela un candore ingenuo.

 
13/06/2012 - Europa e Grecia (Francesco Bertoldi)

Mi permetto di dissentire nettamente da questo articolo. La Grecia è Europa. Ci mancherebbe altro. Lo è in virtù del suo passato antico e in virtù della sua appartenenza alla Cristianità. Bisogna arrampicarsi sui vetri per sostenere il contrario. E' anche per questo ausicabile che la Grecia resti nell'Europa politica e, se possibile, anche in quella monetaria.