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DIBATTITO/ La Grecia? Con l'Europa non c'entra nulla

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All’inizio del secolo XIX le lotte dei Greci per l’indipendenza accesero la fantasia di molti romantici: artisti e intellettuali come Byron, Santorre di Santarosa e altri persero la vita per una causa che, al di là del suo carattere giusto (l’aspirazione di un popolo all’indipendenza), aveva al fondo un’illusione e un malinteso: l’idea che la Grecia di allora fosse l’erede diretta della Grecia di Pericle, senza tener conto di una frattura che oltre due millenni di storia avevano provocato. La questione della lingua è rivelatrice: mentre tra la lingua letteraria e la lingua popolare (dimotikì) si era creato un abisso, alcuni puristi proponevano di continuare a usare la lingua di Platone. Per decenni vi furono tumulti e scontri (anche con morti), perché la gente scendeva nelle strade per manifestare contro i tentativi di adeguare la nuova realtà linguistica alle opere del mondo antico. 

Il tema della posizione della Grecia nell’Unione europea deve tenere conto di molte coordinate di carattere storico e culturale che rendono complicato il problema. Nel discorso al Parlamento tedesco Benedetto XVI ha detto con parole molto chiare che «la cultura dell’Europa è nata dall’incontro tra Gerusalemme, Atene e Roma – dall’incontro tra la fede in Dio di Israele, la ragione filosofica dei Greci e il pensiero giuridico di Roma. Questo triplice incontro forma l’intima identità dell’Europa». Ma che significa questo per la Grecia di oggi? Quello delle benemerenze culturali non può essere, da solo, un punto di partenza plausibile: in una società per azioni come in un condominio, è la consistenza del pacchetto che si ha in mano a determinare le decisioni, non gli eventuali meriti culturali. Da questo punto di vista la Grecia di oggi è sicuramente in sofferenza rispetto ad altri Paesi dell’Unione. Proponiamo però una riflessione che si basa su due concetti.

Se le radici greche sono innegabili, è altrettanto vero che l’albero è stato rinvigorito da altri apporti (Roma, il Cristianesimo, la sintesi romanzo-germanica). La Grecia ha posto le radici, ma poi è rimasta ai margini di questo processo di crescita. Fin dall’Ellenismo essa ha avuto un ruolo secondario. Al dinamismo e alla creatività della fase classica è subentrato un lungo periodo di passività e di stasi, che solo in anni recenti sembra lasciare spazio a un rinnovato fervore. 

Il secondo punto è ancora più problematico. Rispetto alla grande tradizione della cultura europea così definita, con tutto il suo bagaglio secolare di riflessione, di vivacità, di perenne capacità di ridiscutersi e mettersi alla prova riconoscendo il positivo del proprio passato e adattandolo alle rinnovate esigenze di una società in continuo movimento, come si pone oggi l’Europa, intesa non come entità geografica, ma come organismo politico-culturale ed economico? L’impressione più immediatamente percepibile è quella di una deliberata volontà di segnare uno stacco e di rinnegare l’eredità culturale del nostro continente. 

L’attuale Europa politica ha una posizione di diffidenza, se non di aperta ostilità per le basi culturali a cui fa riferimento il discorso del Pontefice. Nella redazione della carta costituente europea non solo si preferì eliminare ogni accenno alle radici cristiane, ma si censurò anche Tucidide. Il carattere punitivo dei provvedimenti economici imposti alla Grecia e l’insensibilità dimostrata per le conseguenze politico-sociali di tali provvedimenti potrebbe avere tra le sue motivazioni anche questa scarsa simpatia per l’eredità greca. 



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COMMENTI
14/06/2012 - Europa teoria o prassi (Antonio Servadio)

La Grecia ha decisamente titolo per essere considerata un paese Europeo, molto più di altri paesi che già sono nell'Unione e di altri che forse vi entreranno. Questo è perfino inutile discuterlo, tanto è evidente. Che poi le radici dell'Europa di oggi non siano soltanto quelle della Grecia antica è altrettanto chiaro. Nessun paese è immune dalla storia e la storia è intessuta di vicende, scambi e influssi. Il discorso accademico però non ha e non deve avere nulla a che vedere con la valutazione dei pro e contro di un’eventuale brusca uscita della Grecia dall’EU. Le conseguenze sarebbero in primo luogo sul piano economico e finanziari, sia locale sia internazionale. Un'eventuale uscita non sarebbe affatto dovuta a quei fattori storici che l'autore discute, ma alla tremenda condizione finanziaria che è esplosa in Europa, con effetti devastanti in Grecia, ma con precise radici nel sistema dell'alta finanza internazionale. Non è con i cataclismi dell'economia che si rinsaldano i fili del passato, casomai si inaspriscono i vecchi guai. Inoltre, leggo nell'articolo circa la presunta "orgogliosa rivendicazione del proprio passato" e mi viene in mente l'Italia, ripiegata sui propri comodi stereotipi, grazie ai quali siamo nella condizione attuale. Infine, che "la costituzione di colonie in zone lontane fu dovuta a necessità economiche e demografiche, e mai si pose il fine di esportare la cultura greca in altre terre" rivela un candore ingenuo.

 
13/06/2012 - Europa e Grecia (Francesco Bertoldi)

Mi permetto di dissentire nettamente da questo articolo. La Grecia è Europa. Ci mancherebbe altro. Lo è in virtù del suo passato antico e in virtù della sua appartenenza alla Cristianità. Bisogna arrampicarsi sui vetri per sostenere il contrario. E' anche per questo ausicabile che la Grecia resti nell'Europa politica e, se possibile, anche in quella monetaria.