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LETTURE/ Perché l'anima ci fa così male?

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Giovanni Raboni (1932-2004; InfoPhoto)  Giovanni Raboni (1932-2004; InfoPhoto)

È emblematica, a questo proposito, la prima di una serie di poesie dal titolo Stanze per la musica di Adriano Guarnieri. Per un felice paradosso, in verità non raro nella storia della letteratura, una delle poesie più belle di Raboni viene scritta, in un certo senso, su commissione – dietro un invito. La riportiamo per intero:

Quare tristis – perché
sempre, nella veglia e nel sonno,
nell’omissione e nell’adempimento,
l’anima ci fa così male?
Noi che la custodiamo
senza amarla, senza conoscerla
nella gabbietta delle nostre ossa
come il vetro d’una lanterna
custodisce la fiamma
sappiamo soltanto che è lei,
lei che non ha né tendini né sangue,
la compagnia più sanguinosa.
Tu come lei invisibile
proteggici dal suo silenzio,
fa’ che sentiamo in tempo la sua voce
.

La cifra della ricerca raboniana è proprio in questa “contraddizione non contraddittoria”: in un riconoscere senza accettare, un “sapere” privo d’amore, lì dove però l’amore è la cosa più desiderabile – fitto nell’agone con un mistero così ineffabile, così apparentemente discreto, e che tuttavia «ci fa così male», che è per noi «la compagnia più sanguinosa». E quell’allocuzione finale, l’irrompere di un Tu non chiarito, non formalizzato: quasi sussurrato, eppure immane, pur così masticato tra i denti – così intimo col fondo della persona. 

Una posizione simile la ritroviamo all’interno di un libro molto più tardo, Barlumi di storia, proprio dove l’amarezza esistenziale, politica e storica sembra essere arrivata al suo approdo definitivo, troviamo una constatazione che è folgorante, per la sua lealtà, la sua capacità di ricapitolare e sorprendere senza censure un fattore inaspettato: un’indomabilità del cuore che sempre risorge, nonostante tutto, e che non può spiegarsi da sé. Anche qui irrompe, sommessa, la possibilità di qualcosa d’altro – di un altro respiro accanto al proprio, dentro il proprio.

Per nessuna ragione,
sapendo quello che succede,
mi vorrei risvegliare in questo mondo.
Ma già pensandolo (pensando
di pensarlo) so anche
che non è vero, che per quanto
ignominioso sia il presente io mai
rinuncerei, potendo scegliere,
a starci, magari di sghembo
e rattrappito d’amarezza, dentro.
Forse, mi dico allora,
non è per me che parlo, è qualcun altro,
nato da poco o nascituro,
ad agitarsi nel mio sonno, a premere
da chissà dove sul mio cuore,
a impastare parole col mio fiato...




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