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LETTURE/ Perché l'anima ci fa così male?

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Giovanni Raboni (1932-2004; InfoPhoto)  Giovanni Raboni (1932-2004; InfoPhoto)

Se essere poeti non è soltanto il guizzo intuitivo e formale di una singola esecuzione, ma anche (e forse soprattutto) una paziente e testarda modalità di dialogo con le cose, un’instancabile fedeltà alla propria vocazione, allora Giovanni Raboni è stato senz’altro tra i più importanti poeti del nostro secondo Novecento. La parabola poetica di Raboni ha infatti come sua costante una pazienza, una fedeltà alla poesia vissuta come inesausta registrazione critica della vita: una registrazione che lo vede, nel tempo, sempre al centro della scena, a fare i conti con il proprio tempo, con le urgenze del presente, in un dibattito agonico vissuto sempre in prima persona.

Fedele al proprio tempo, ma anche al proprio luogo e al proprio popolo: proprio quella Milano che Raboni non ha mai rinnegato, sentendola “propria” a prescindere da ogni contraddizione, sua non per elezione ma, si potrebbe dire, per natura: per destino. È poeta civile, Raboni, proprio per questa sua configurazione quasi indivisibile dal corpo della civitas, come acutamente scrive Andrea Zanzotto: «Le origini di Raboni (...) si manifestano subito fortemente connesse a un’idea dell’impossibilità di agire nella solitudine (...) Si delinea progressivamente il senso di un destino che, se rifiutato, diventerebbe persecutorio». Questo indiscusso amore per la propria città rende Milano continua occasione di metafora, e metafora essa stessa: «La topografia, in Raboni, diventa storia, ragione privata e sociale al tempo stesso: sulla faccia di Milano, sui muri lebbrosi o nei quartieri “risanati” egli ritrova il disegno della propria vita» (Luigi Baldacci). 

Del resto, il peso culturale che Raboni ha avuto gli permetterebbe un posto di primo piano nel panorama del nostro secolo anche se non avesse mai scritto un verso in proprio: Raboni è stato critico e saggista eccezionale, ma soprattutto grandioso traduttore: da Racine, da Baudelaire, da Apollinaire, da Proust. Ed è un’umiltà, quella del Raboni traduttore, che lo porta a crescere quasi in osmosi con l’opera altrui – a misurare la propria opera anche nel dialogo con l’opera di un altro. E anche quella che è stata spesso ingiustamente definita la “modestia”, la tenue prosasticità della sua poesia, è in realtà il tentativo di superare qualsiasi suggestione romanticheggiante sulla letteratura (la decadente casualità dell’“ispirazione”) in favore di una convivenza, di un confronto che – anche se drammatico – sia quotidiano, fedele: appunto, vocazionale.  

Quello di Raboni è un discorso lungo e, spesso, difficile – ma con moltissimi punti d’attenzione. Non potendo compiere una “carrellata” minimamente esaustiva del suo lavoro poetico, mi interessa qui mettere in luce tre sole brevi poesie: tre “contraccolpi”, tre trasalimenti che, fra i tanti, illuminano questo suo percorso, e conferiscono qualcosa come una rifrazione “altra”, un significato diverso ad una parabola poetica che potrebbe sembrare, altrimenti, solo un percorso di progressiva amarezza personale e storica. E la poesia di Giovanni Raboni è molto più che la storia – sia pur formalmente altissima – di uno sgomento. 



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