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VISIONI/ Saul Leiter, l'arte di guardare senza aspettarsi nulla

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Saul Leiter, Harper’s Bazaar, October, 1960 © Saul Leiter/Courtesy Howard Greenberg Gallery, New York  Saul Leiter, Harper’s Bazaar, October, 1960 © Saul Leiter/Courtesy Howard Greenberg Gallery, New York

Saul Leiter è un caso molto speciale nella storia della fotografia perché è stato un grande innovatore, ma per quart’anni ha vissuto nell’oblio, continuando a portare avanti la sua ricerca peculiare, pur rimanendo escluso dal mercato, dal sistema e dalle istituzioni. Ora con la sua recente riscoperta non sono pochi coloro che affermano che si dovrebbe riscrivere la storia della fotografia a colori in quanto, senza di lui, finora mancava un anello fondamentale nella catena dell’evoluzione del linguaggio fotografico.

Figlio di un importante rabbino di Pittsburgh, Saul era destinato a seguire lo stesso cammino del padre e tutto dava a pensare che la tradizione sarebbe stata rispettata, perché il giovane eccelleva negli studi teologici. Ma deludendo la famiglia e tutta la comunità a 23 anni prese coraggio, abbandonò il suo destino scritto da altri e partì per New York all’inseguimento della sua grande passione per l’arte. Più volte ha spiegato: “Io non capisco le persone che passano tutta la loro vita a non fare quello che vorrebbero fare. In fondo non ci vuole tutta questa forza per cambiare”. Era il 1946: la New York del dopoguerra era un crocevia di pulsioni, talenti, esperienze di ogni dove e voglia di costruire.  Leiter voleva fare il pittore e solo in seguito, attraverso incontri e amicizie, scoprì la fotografia. Autodidatta, libero da convenzioni accademiche, riuscì a creare uno stile unico, contaminato con la pittura, inconfondibile ed estremamente originale per quell’epoca.

Ai  giorni nostri, infatti, non è nuovo sentire che un artista abbia scoperto e rivelato ai nostri occhi “lo straordinario che c’è nell’ordinario”, ma negli anni 40 e 50 questo tipo di ricerca nella fotografia a colori era inedito. Si trattava di un territorio inesplorato dove si muovevano in pochi e tra questi pionieri Saul Leiter si può considerare certamente la figura di riferimento.  

Bisogna tenere sempre ben presente, quando si analizza il suo lavoro, che Leiter non solo è stato un rivoluzionario della grammatica stessa del linguaggio fotografico, ma che per di più la sua rivoluzione l’ha compiuta agli esordi della pellicola a colori, con tutte le inevitabili difficoltà tecniche di ogni inizio. La scelta del colore è fortemente voluta da Leiter che dichiarava: “La storia dell’arte è la storia del colore”. Invece in quell’era il colore in fotografia era considerato prettamente commerciale e il suo utilizzo - applicato soprattutto alla pubblicità e alla moda - era poco diffuso in altri campi. Gli artisti non lo prendevano molto in considerazione, tantomeno per scattare scorci di vita urbana! Saul Leiter invece si aggirava per New York con la macchina al collo caricata con pellicola per diapositive a colori e inventava l’arte nelle prospettive più inusuali. I soggetti protagonisti delle sue immagini non sono visibili al primo sguardo e rimangono comunque enigmatici anche al secondo. La stratificazione visuale, che apparentemente crea ostacoli nel contatto tra il nostro occhio e il soggetto, costituisce di per sé, nella sua caotica assimilazione, il verso e la rima dell’espressione artistica di Leiter. 



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