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DIBATTITO/ Gli affetti alla prova di skype: siamo più lontani o più vicini?

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Emigrazione italiana (InfoPhoto)  Emigrazione italiana (InfoPhoto)

Attualmente proprio la riduzione dei tempi, l’omologazione dei consumi, la stessa indifferenza degli scenari urbani cospirano nel suggerire una quieta abolizione del problema. Le culture sembrano equivalenti ed intersecabili l’una con l’altra, mentre le connessioni internet alimentano l’illusione di una prossimità reale. Dolori privati e nuove solitudini si nascondono sotto il tappeto di un volo low cost a portata di mano o di una videotelefonata dal proprio computer. Esattamente come differenti architetture dell’esistenza sembrano rendersi invisibili sotto il fumo dei consumi di massa uguali per tutti, dei gusti di tempo libero che vi si ricollegano e dei legami affettivi che, nell’ingenua cornice di un ottimismo evergreen, vi prendono forma.

Una tale illusione circa la riduzione delle distanze e l’annullamento delle differenze (due lati della stessa medaglia) non si sarebbe mai affermata se non fosse stata preceduta ed accompagnata da un primato della razionalità strumentale che contrassegna il pensiero contemporaneo dominante. L’idea che le culture costituiscano degli insiemi privi di razionalità, trasmessi solo dall’abitudine e quindi perfettamente flessibili e trasformabili a seconda delle scelte personali, è in qualche modo l’errore principale al quale ci si espone. E non stupisce che, come scrive Concita De Gregorio scrivendo di Beck su Repubblica, sia proprio la giovane coppia di laureati, inglese lei e indiano lui, a credere in una tale illusione ed impattare con le differenze culturali: alla London School of Economics sono in troppi ad avere rapidamente ritenuto che lo studio delle culture potesse essere rapidamente accantonato per far posto ai nuovi sistemi di calcolo dei tassi di crescita.

Ovviamente nessuno è destinato a credere all’infinito nelle illusioni di skype e negli stereotipi della cultura globale. È abbastanza probabile che conoscenze culturali reali e nuovi livelli di consapevolezza, alimentino a breve una nuova attenzione a ciò che definisce e caratterizza ogni universo culturale, prendendone atto della logica interna e della relativa impermeabilità al cambiamento. È altrettanto probabile che si alzi ulteriormente la soglia dell’importanza alla persona, per la quale un’immagine video non sostituisce la presenza e vivere altrove presenta comunque costi umani reali. In un caso come nell’altro si tratterà di emanciparsi dalle illusioni della globalizzazione, riprendendo la misura delle differenze, il peso delle distanze e quello delle assenze. Sarà sempre più chiaro come una prossimità fisica possa mascherare una lontananza culturale, esattamente come una prossimità telematica possa illudere sulla distanza reale. In un caso come nell’altro sarà chiaro come sia proprio la totalità della persona a mancare e la vicinanza sia, in tutti e due i casi, solo apparente.

Se la globalizzazione alimenta illusioni, non siamo affatto obbligati a prenderle per delle verità. Il futuro non è affatto già scritto, lo si può ancora costruire. In un altro modo.



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