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LETTURE/ Quella parola che mette d'accordo l'umanista Steiner e il teologo Ratzinger

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Caravaggio, Vocazione di Matteo (1599-1600, particolare; immagine d'archivio)  Caravaggio, Vocazione di Matteo (1599-1600, particolare; immagine d'archivio)

Il capitolo terzo offre una sintetica rassegna sui libri dell’Antico Testamento, postillandone l’irriducibile fisionomia. Alcuni esempi: «Le sollecitazioni e provocazioni narrative della Torah non hanno mai allentato la loro presa sulla mente e sulla coscienza dell’uomo»; il libro di Giobbe «non ha eguali nella letteratura mondiale», adombrando una «misteriosa colpa nel semplice fatto di esistere»; nei Salmi si dispiega l’appassionata “conversazione” dell’uomo con Dio, e il senso religioso si traduce in «una fede al di là di ogni definizione»; i profeti sono «spiriti umani plasmati senza mediazione, costretti dal respiro dell’Onnipotente», e per essi prende voce «l’eterna volontà e intenzione di Dio», il suo perpetuo reinvestimento sul genere umano. 

Si arriva, nell’ultimo capitolo, alla domanda decisiva: «Ma la Bibbia è essa stessa letteratura?». Le due possibili risposte sono riassunte così: la Bibbia è una raccolta di testimonianze in cui ogni parola è ispirata da Dio, oppure è una raccolta di miti e leggende, codici legislativi e trattati morali..., costruita da uomini diversi nel corso dei secoli. Si può uscire dal dilemma? Steiner, lasciando da parte – per un momento – l’ironia, con cautela e franchezza registra la propria posizione. E, a due pagine dalla conclusione, afferma: «Ora parlo solo per me». La semplicità lancinante, e drammatica, dell’ammissione documenta che qui sono in gioco la libertà e la coscienza, la responsabilità e l’intelligenza di ciascuno. È il bivio attraversando il quale si diventa uomini. E Steiner confessa che l’ipotesi positivistica lo lascia annaspare, disorientato. Da lettore e critico, queste pagine, invece, lo “obbligano” a postulare «un ordine d’ispirazione e dominio sulle parole per il quale non disponiamo di alcun adeguato metro di paragone, né di alcuna spiegazione naturalistica soddisfacente». 

L’eccedenza della pagina biblica impedisce di confinare quelle parole al passato remoto da cui provengono. Esse sembrano possedere un intrinseco valore aggiunto, un’efficacia e un peso superiori all’immediata consapevolezza che può averne avuto il loro autore materiale, al momento della scrittura. Non c’è comparazione possibile. Per spiegare questo “dato” Steiner introduce il sostantivo ispirazione. È il medesimo adoperato da Joseph Ratzinger nella premessa al suo libro su Gesù di Nazareth del 2007, discutendo le forme di esegesi più adeguate alle Sacre Scritture. Su questa parola – ispirazione – il professore e il teologo si danno la mano. «Qui – scrive Benedetto XVI – possiamo intuire anche storicamente che cosa significhi ispirazione: l’autore non parla da privato come un soggetto chiuso in se stesso. Parla in una comunità viva e quindi in un vivo movimento storico che non è fatto da lui e neppure dalla collettività, ma nel quale è all’opera una superiore forza guida».

La presenza di una superiore forza guida è ciò che a ogni lettore della Bibbia è domandato di ammettere, arrendendovisi.

 



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COMMENTI
20/06/2012 - ispirazione (luisella martin)

Un articolo bellissimo che mi fa desiderare di comprare "il libro dei libri". Secondo me l'ispirazione che ha guidato la stesura della Bibbia non vuole che noi ci arrendiamo alla presenza di una superiore forza guida, ma che ne godiamo la compagnia, mentre ci avventuriamo nel nostro mondo interiore.