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LETTURE/ Quella parola che mette d'accordo l'umanista Steiner e il teologo Ratzinger

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Caravaggio, Vocazione di Matteo (1599-1600, particolare; immagine d'archivio)  Caravaggio, Vocazione di Matteo (1599-1600, particolare; immagine d'archivio)

George Steiner è uno dei più colti saggisti della nostra epoca. Le sue competenze spaziano dalla letteratura alla storia dell’arte, dalla musica alla filosofia, con non occasionali incursioni nel dominio delle scienze esatte. Libri come Tolstoj o Dostoevskij (1959), La morte della tragedia (1961), Dopo Babele (1975) e Le Antigoni (1984) sono ormai classici della critica letteraria; e non leggere Grammatiche della creazione (2001) o La lezione dei maestri (2003) significa privarsi di un’occasione preziosa per riflettere sulla portata cognitiva e sulla funzione educativa delle discipline umanistiche. Opportunamente, perciò, la casa editrice Vita e Pensiero, presenta ora Il libro dei libri (1996), in cui l’elegante interprete si cimenta con la più difficile delle prove. 

Come il card. Ravasi rileva, nella premessa, dal punto di vista esegetico talune affermazioni possono destare perplessità (si vedano, soprattutto, le pp. 44-47, sull’interpretazione cristologica della Bibbia ebraica). L’inquadramento, sul versante ermeneutico, sembrerebbe non essere sempre impeccabile. Ma ora è la sostanza, il cuore di un atteggiamento che si vorrebbero vagliare. Che cosa è la Bibbia per Steiner? Che cosa, del “Libro dei libri”, registrano le sue antenne sensibilissime? «La Bibbia – esordisce Steiner – non è un libro. È il libro»: quello che, non solo per la cultura occidentale, definisce il concetto stesso di testo. Tutti gli altri «sono come scintille, in realtà spesso distanti, sprigionate dall’incessante respiro di un nucleo incandescente». La Bibbia è una «presenza in atto» – un fatto storico ineliminabile – da cui, nei secoli, è venuto agli uomini «il passaporto per un viaggio nel proprio mondo interiore». In Occidente, e nel mondo, il confronto con la Bibbia è stato il movimento decisivo di ogni cultura, di ogni individuo, verso la maturazione di un’identità storica e sociale, di un rapporto positivo con la realtà. Densità e forza attrattiva del corpus biblico, sono, in quest’ottica, «incommensurabili. Le questione teologiche ed etiche introdotte, a una profondità e con una intensità immaginativa mai superate, sono quelle che ancora oggi l’uomo si trova ad affrontare. Eppure, a dispetto di una millenaria tradizione di studi, in cui devozione ed erudizione si intrecciano, «quel che sappiamo della Bibbia […] le domande cui siamo in grado di rispondere con sicurezza sono quasi banali se paragonate a quelle cui non sappiamo rispondere». 

Nel primo capitolo Steiner commenta la fisionomia letteraria e la tradizione testuale delle Sacre Scritture, usando – come termini di confronto – i poemi omerici e le opere di Shakespeare. Tradurre la Bibbia è stato per ogni lingua il cimento supremo in cui essa si è forgiata. «I commentari ammutoliscono» dinnanzi alla potenza narrativa e, al tempo stesso, all’assoluta parsimonia delle pagine bibliche, da cui l’immaginario occidentale ha dedotte le forme e i contenuti della propria speranza («la speranza che ci sia una speranza»). La lingua e lo stile delle Sacre Scritture tuttavia – è il tema del secondo capitolo – generano fatalmente «una ricchezza di possibili letture che non si riscontra» altrove. La polisemia è iscritta nel testo fin dall’origine: e da questo punto di vista Antico e Nuovo Testamento non somigliano ad alcun’altra opera. 



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COMMENTI
20/06/2012 - ispirazione (luisella martin)

Un articolo bellissimo che mi fa desiderare di comprare "il libro dei libri". Secondo me l'ispirazione che ha guidato la stesura della Bibbia non vuole che noi ci arrendiamo alla presenza di una superiore forza guida, ma che ne godiamo la compagnia, mentre ci avventuriamo nel nostro mondo interiore.