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IL CASO/ Perché in Italia non ha fatto notizia l'addio di Elinor Ostrom?

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Elinor Ostrom, premio Nobel per l'economia (1933-2012; immagine d'archivio)  Elinor Ostrom, premio Nobel per l'economia (1933-2012; immagine d'archivio)

La sua ricerca concerneva proprio la governance delle risorse comuni (anche note come commons). I commons sono quelle risorse naturali – terre per pascoli, aree ittiche, boschi per legname, acqua per irrigazione dei campi agricoli – o immateriali – come la conoscenza – per cui è molto costoso controllare ed escludere (o recintarne) il consumo degli “utilizzatori”. Il problema di queste tipologie di risorse, aveva mostrato nel 1968 Garret Hardin (ma già Aristotele aveva osservato un fenomeno analogo) è che sono sovra-sfruttate o comunque la loro cura e sostenibilità è trascurata dagli utilizzatori. La ragione sta nel fatto che i soggetti si comportano opportunisticamente (in gergo, da free-rider) considerando la risorsa a cui accedono, senza possibilità di esserne esclusi, una risorsa gratuita, e perciò massimizzano i propri benefici privati ma trascurano o collettivizzano i costi. 

Hardin per descrivere questo fenomeno coniò l’espressione “tragedia dei beni comuni” e diede alle scienze sociali una delle metafore più evocative dopo la “mano invisibile” di Adam Smith. Queste due metafore sono efficaci in quanto catturano due situazioni sociali essenziali ma fortemente in contrasto tra loro: quando le interazioni sociali sono guidate da una mano invisibile, queste riconciliano scelte individuali e risultati socialmente desiderabili, mentre nella tragedia dei beni comuni i soggetti inseguendo i loro obiettivi privati determinano disastrose conseguenze per sé stessi e gli altri. La soluzione alla tragedia dei commons, prima del contributo della Ostrom e dei suoi studi, era quella di privatizzare le risorse o, in una prospettiva diametralmente opposta, definire un Leviatano per una loro gestione statale. 

La Ostrom ha invece dimostrato che all’interno delle comunità possono emergere dal basso regole e istituzioni di non-mercato e neanche di pianificazione pubblica in grado di assicurare una gestione sostenibile, condivisa ed efficiente dal punto di vista economico di tali risorse. Oltre al villaggio di Törbel, la Ostrom riporta gli esempi delle terre comuni nei villaggi giapponesi di Hirano e Nagaike in Giappone, il meccanismo di irrigazione huerta tra Valencia, Murcia e Alicante in Spagna, la comunità di irrigazione zanjera nelle Filippine. Ma anche la proprietà nella forma di vicinale (o vicinie), tipica dell’Emilia, del Bellunese e del Ticinese, sono istituzioni collettive, seppur non investigate dalla Ostrom. L’argomento poi trova una veste più moderna se si nota che anche la “comunità di Wikipedia” è una forma di istituzione collettiva di successo su una risorsa comune (la conoscenza). 

In tutti questi casi i “dettagli istituzionali” sono essenziali. Partendo dai contributi teorici di Ronald Coase, Douglass North e Oliver Williamson, la Ostrom isola i caratteri principali degli auto-governo locali. Una prima condizione istituzionale alla base del successo di questi meccanismi è la chiarezza del diritto (chi può fare cosa? Cosa non si può fare? Chi punisce chi? E Come?). Le regole oltre a essere chiare, poi, devono essere condivise dalla comunità. Per questo un elemento essenziale dell’auto-governo è la definizione di metodi di decisione collettiva e democratica, in grado di coinvolgere tutti i fruitori della risorsa. 



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