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LETTURE/ Ignazio Silone: sono gli amici a salvarci dal potere

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Abruzzo, tra le rovine dell'Aquila (infoPhoto)  Abruzzo, tra le rovine dell'Aquila (infoPhoto)

Affiora il tema dell’incontro e della possibilità mai esausta del suo rinnovarsi, che niente può inibire, non la lunga separazione, nemmeno l’infedeltà e il tradimento; un plesso narrativo altrettanto radicato nell’esperienza personale dell’autore, che per il personaggio di don Benedetto si ispirava a don Luigi Orione (poi direttamente rievocato in uno squarcio commosso di Uscita di sicurezza, la raccolta di saggi dall’emblematica intitolazione). È un rapporto di questo tipo a sollecitare radicalmente la libertà, rivalutando l’insofferenza verso l’inautentico in capacità costruttiva, soprattutto svelando l’arco infinito di un’indistruttibile spinta. Di nuovo nella sua terra d’origine, Pietro Spina è scosso dalle parole di don Benedetto, che non richiamano il travagliato  rivoluzionario a un dover essere, ma ravvisano in lui un uomo «toccato da Dio» fin da ragazzo, «da Dio stesso lanciato nelle tenebre alla sua ricerca». 

La fecondità dell’incontro si conferma nella sua tendenza a dilatarsi: l’intesa privilegiata tra maestro e seguace è il punto generativo attorno a cui si allargano i cerchi concentrici di una comunità sui generis, cementata da un connettivo non sociologico né dottrinario. Sia Pietro che Rocco, dopo la militanza in disumanizzanti cellule politiche, appiattite su esigenze organizzative e attivistiche, recuperano nella loro riscossa l’humus dell’amicizia, che permette alla libertà di non illanguidirsi e decadere. Nella prima edizione di Vino e pane, il protagonista trova già accenti inconfondibili all’epoca in cui milita nei ranghi comunisti, come appare in un dialogo con il funzionario di partito Bolla. La subordinazione della persona all’organizzazione viene ribaltata: «“Ad un elemento nuovo che si avvicina ad un gruppo, che cosa gli si fa fare?” Domanda Spina. “Per metterlo alla prova gli si comincia a far distribuire qualche copia di manifestino”, risponde Bolla. Spina non nasconde il suo parere contrario. “Non credi che bisognerebbe anzitutto fare amicizia con lui? egli domanda. “Vederlo la sera, nelle ore libere, capire che uomo sia, fare qualche gita con lui la domenica, parlare con lui, a poco a poco, di tutto, e non solo di politica?”». 

Emancipando questa esigenza dalle maglie rigide del partito rivoluzionario, il secondo atto della saga di Pietro Spina, Il seme sotto la neve, si profila come il romanzo «dell’avventura di alcuni uomini legati l’uno all’altro da un’amicizia disinteressata»; qui, come poi nel dramma Ed egli si nascose, si coagula attorno al protagonista una singolare «compagnia» di sodali che condividono la decisione di vivere senza garanzie. Un segno di contraddizione nel conformismo del ventennio fascista. Ma l’aggregarsi non è strumentale a un obiettivo di opposizione, possiede una sua intrinseca validità, sempre più evidenziata, nel tempo, dallo scrittore. Mentre Fontamara, il primo romanzo di Silone, si chiudeva sul celebre interrogativo di Lenin, che fare?, e lo recepiva senz’altro come impulso alla mobilitazione eversiva, il dramma Ed egli si nascose sposta l’accento. La domanda è rilanciata da uno dei contadini del piccolo sodalizio: «E nel frattempo, a parte le chiacchiere, che si può fare?». Un altro contadino coglie la palla al balzo: «Per conto nostro l’essenziale è questo: stare assieme. Un pericolo condiviso tra amici può diventare perfino un’allegria». L’amicizia risulta già in se stessa una novità; è col suo stesso porsi che si oppone, e in questo senso appare una profezia già realizzata, almeno in parte.



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