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LETTURE/ Ignazio Silone: sono gli amici a salvarci dal potere

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Abruzzo, tra le rovine dell'Aquila (infoPhoto)  Abruzzo, tra le rovine dell'Aquila (infoPhoto)

A distanza dai clamori e furori sui risvolti in ombra di una biografia tormentata, riapriamo, oggi, più serenamente il dossier Silone, tornando con rinnovata disponibilità a libri che interpellarono, al loro apparire, un pubblico vasto, sfidarono le coscienze. Inevitabile constatare, in questi romanzi, la vibrazione di ogni protagonista; che desidera una vita vera nel presente, e si mostra pronto a sfatare l’alibi del contesto ostile e proibitivo. Per quanto imponente, un contesto non sottrae la libertà del soggetto, come rimarca Pietro Spina, l’eroe di Vino e pane, in un confronto con l’antico compagno di scuola Nunzio Sacca, ostile al regime fascista, eppure incapace di scuotersi dall’inerzia. 

Nunzio attribuisce al frangente sfavorevole la responsabilità della propria esistenza mancata, immersa in un “provvisorio” che non passa: «Si vive nel provvisorio. Si pensa che per ora la vita va male, per ora bisogna arrangiarsi, per ora bisogna anche umiliarsi, ma che tutto ciò è provvisorio. La vera vita comincerà un giorno. Ci prepariamo a morire col rimpianto di non aver vissuto. A volte questa idea mi ossessiona: si vive una sola volta e quest’unica volta si vive nel provvisorio, nella vana attesa del giorno in cui dovrebbe cominciare la vera vita. Così passa l’esistenza. Di quelli che conosco, t’assicuro, nessuno vive nel presente. Nessuno mette al suo attivo quello che fa ogni giorno. Nessuno è in condizione di dire: Da allora, da quella data occasionale, è cominciata la mia vita». A questa lucida ma incompiuta coscienza risponde lo scatto di Pietro: «Non bisogna aspettare. Questo è il male. Bisogna agire. Bisogna dire: Basta, da oggi».  

Se l’ingranaggio totalitario, che non tollera intralci, tende a narcotizzare la libertà, resta sempre disponibile un movimento di “uscita”, l’opzione imboccata da Pietro Spina, come pure da Rocco De Donatis in Una manciata di more. Entrambi rispondono al tipo dell’erede inquieto e critico di una casta di possidenti, disposto a cedere il suo privilegio e a scendere fra gli oppressi, fino alla militanza nel Partito comunista. Solo che la stessa formazione politica nata da un’istanza di liberazione finisce per replicare al proprio interno i vizi del sistema contestato; è necessaria allora una nuova rottura, per quanto traumatica e rischiosa. Come lo stesso Silone all’inizio degli anni Trenta, anche quei suoi personaggi abiurano il comunismo, si staccano dal Partito. È l’inizio di un’esistenza volutamente ai margini, incompatibile ormai con ogni apparato, politico o religioso. Chi ama la libertà sembra consegnato a un destino di sradicamento: solo “fuori”, solo al di là del ruolo e delle parole d’ordine, egli potrà levare la propria testimonianza, a costo di andare allo sbaraglio, in assenza di reti protettive. 

La fuga, comunque, è dall’organismo burocratico-totalitario, non dalla situazione. Silone, del resto, non intende affatto identificare la libertà col ripudio di ogni appartenenza. Quando evadono dal meccanismo che li irretisce, i suoi eroi stanno rispondendo all’attrazione di un polo da recuperare. L’esodo riconduce Pietro Spina e Rocco De Donatis all’originario cosmo contadino, arretrato e persino arcaico, eppure con anticorpi formidabili contro le ideologie, nella sua saggezza immemoriale, nella sua pratica di solidarietà vissuta. E soprattutto, questo rimpatrio è il riacquisto di un rapporto autorevole con un maestro dall’umanità persuasiva, don Benedetto in Vino e pane, Lazzaro in Una manciata di more



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