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LETTURE/ Ignazio Silone: sono gli amici a salvarci dal potere

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Abruzzo, tra le rovine dell'Aquila (infoPhoto)  Abruzzo, tra le rovine dell'Aquila (infoPhoto)

Per Silone, tuttavia, l’amicizia conserva la sua cifra se mantiene la dimensione del ristretto manipolo, evitando di esporsi a crescita. I pochi che compongono l’agile pattuglia non devono moltiplicarsi, né conquistare nella società uno spazio attrezzato e stabile, ne va dello spirito originario. È controproducente farsi largo, con un proprio pacchetto di quote, fra i grandi azionisti del potere, o peggio espugnare un primato. Questa la lezione malinconica dell’ultimo libro di Silone, L’avventura d’un povero cristiano, che sonda un movimento di “ingresso” piuttosto che di “uscita”, il tentativo riformatore dell’eremita Pietro Angelerio, asceso al soglio pontificio col nome di Celestino V.

Non importa, almeno in questa sede, la maggiore o minore rispondenza alla storia della ricostruzione, fortemente orientata, di Silone. Il Celestino dell’Avventura ha radici autobiografiche, come i precedenti personaggi del romanziere, ma risulta attraente proprio per questo. Rientrato in Italia dopo la Liberazione, Silone si era coinvolto nella vita civile della neonata Repubblica, fino ad assumere, come membro del Partito socialista, incombenze di primo piano. Almeno fino al 1955. Poi, un nuovo passo indietro, stavolta senza ripensamenti. Era dunque opportuno un bilancio aggiornato, e l’Avventura si incarica di tracciarlo. Vi sono frangenti in cui il potere non si presenta come barbarie, anzi dichiara legittime le urgenze ideali e si vuole tollerante, concedendo anche ai “profeti” un diritto di cittadinanza, offrendo loro uno spazio all’interno degli ambiti decisionali. Ebbene, la verifica sottrae l’illusione e sconfessa senza appello ogni “entrismo”, riconosciuto impraticabile alla prova dei fatti: Celestino deve dimettersi se non vuole diventare ostaggio della Curia, rivelatasi, dopo gli applausi di circostanza al neoeletto, refrattaria e irriducibile. Nemmeno il potere dal volto umano si lascia addomesticare; in realtà questo Leviatano in sembianze benigne adesca gli oppositori per risucchiarli entro la propria logica. Solo la ritrovata marginalità permette di custodire una forma di vita alternativa, magari defilata, nascosta, seme sotto la neve, fuoco che nel grembo della cenere non estingue le sue vampe segrete. 

Dall’osservatorio di Silone, insomma, un intero segmento del reale appare irrecuperabile, invincibilmente opaco, da tenere in ogni caso a distanza. Rinuncia enorme, anche se non estemporanea: Silone aveva sempre vissuto dall’interno i drammi testimoniati, ne portava le stigmate. Spetterà a un’indagine equanime valutare se un simile estremismo non possa svolgere una funzione positiva e produttiva; se, ad esempio, non rappresenti un antidoto rispetto alla prospettiva dell’egemonia, mettendo in guardia da quella devianza. In ogni caso, la provocazione dello scrittore abruzzese, prima di denunciare uno status, interroga la persona stessa; sollecitata a un esame radicale, quale che sia la sua collocazione estrinseca, dentro o fuori, presso il centro oppure ai margini. Proprio Pietro Spina, che gli ammiratori esaltano perché, almeno lui, ha rifiutato di omologarsi e in questo modo si è salvato, non rimane tranquillo: «Esiste un participio passato di salvarsi?» 

 



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