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LETTURE/ Pavese, la noia dell'estate, l'attesa di qualcuno

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Cesare Pavese (1908-1950; immagine d'archivio)  Cesare Pavese (1908-1950; immagine d'archivio)

Cosa permette di «ricominciare» davvero? Possiamo lanciarci in nuove avventure, viaggi, esperienze: ma, anche in questo caso, ci tocca ammettere che «c’è più abitudine nell’esperienza ad ogni costo (cfr. il brutto “viaggiare ad ogni costo”), che nella normale rotaia accettata doverosamente e vissuta con trasporto e intelligenza». Non a caso «il proprio dell’avventura è di serbare una riserva mentale di difesa; per cui non esistono buone avventure. È buona quell’avventura cui ci si abbandona: il matrimonio, insomma, magari di quelli fatti in cielo. Chi non sente il perenne ricominciare che vivifica un’esistenza normale e coniugata, è in fondo uno sciocco che, quantunque dica, non sente nemmeno un vero ricominciare in ogni avventura». (Il mestiere di vivere, 23 novembre 1937). 

Eppure il desiderio di «ricominciare» – di «cominciare, sempre, ad ogni istante» – permane sotto ogni strato di noia, dentro ognuna di quelle avventure in cui ci si può riservare un’uscita di servizio. Non è mai del tutto vero che un uomo «non aspetta più nulla». Paradossalmente, tutta la pesantezza della noia e della fatica non toglie il guizzare imprevedibile di un’attesa: «Qualcuno ci ha mai promesso qualcosa? E allora perché attendiamo?» (Il mestiere di vivere, 27 novembre 1945). 

Lo ha colto Pavese in un breve ma clamoroso racconto: «in verità, siamo tutti in attesa». Si intitola Piscina feriale, ma credo lo si possa immaginare senza equivocarlo anche fra le acque del mare: «La compagnia che ci facciamo serve a distrarci dalla varia attesa, dal vuoto instabile che la tentazione di tacere crea dentro di noi». Si può stare insieme soltanto per distrarsi: «C’è della gente che strilla e che ride: si direbbe che per loro l’attesa è finita». Ma basta rimanere per un attimo soli, e guardare il cielo, per accorgersi che «la nudità del cielo fa appello alla nostra. È difficile nascondere pensieri in questa insolita nudità. Ci si riscuote appena, ci si sente visibili come ciottoli in fondo all’acqua. La nostra solitudine è un vuoto, un’immobilità dei pensieri. A volte ce ne dimentichiamo, e diciamo a voce alta cose improvvise che subito suonano superflue, già sapute dagli altri». Ma per quanto possiamo essere distratti e perderci in chiacchiere da spiaggia, lo sappiamo bene, in fondo: qualcosa deve accadere.

«Che cosa deve dunque accadere? Se ne parla, di tanto in tanto, quando il gruppo si va ricomponendo. È una questione che ci appassiona; qualcuno non capisce subito quando il più vivace di noi la intavola, ma poi gli viene spiegata e anche lui s’incuriosisce». Cos’è questa cosa, tanto evidente in ogni piega delle nostre azioni che non c’è nemmeno bisogno di dirla? «Non era il pane né il piacere né la cara salute» (Gli dèi): infatti, con o senza queste cose, «siamo tutti inquieti, chi seduto e chi disteso, qualcuno contorto, e dentro di noi c’è un vuoto, un’attesa, che ci fa trasalire la pelle nuda».



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