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LETTURE/ Pavese, la noia dell'estate, l'attesa di qualcuno

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Cesare Pavese (1908-1950; immagine d'archivio)  Cesare Pavese (1908-1950; immagine d'archivio)

È possibile scendere a patti con questa inquietudine, accontentandosi di «accettare l’istante che viene e l’istante che va» (L’isola)? Immaginiamo un uomo in una sera d’estate: «Sull’asfalto del viale la luna fa un lago / silenzioso e l’amico ricorda altri tempi. / Gli bastava in quei tempi un incontro improvviso / e non era più solo». C’è un tempo in cui «l’odore / della donna incontrata, della breve avventura / per le scale malcerte» può anche bastare; «poi, sotto la luna, / a gran passi intontiti tornava, contento». Ma perché queste cose bastino, occorre l’ingenuità di chi si fa bastare le briciole, e si rassegna a doversi intontire. Gli ultimi versi di questa poesia – Abitudini – segnano una consapevolezza decisamente più vera: «è invecchiato l’amico e non basta più a sé. / I passanti son sempre gli stessi; la pioggia / e anche il sole, gli stessi; e il mattino, un deserto. / Faticare non vale la pena. E uscir fuori alla luna, / se nessuno l’aspetti, non vale la pena».

È qui, mi pare, il vero «fondo della giornata e dell’estate»: più che la noia di aspettare chissà cosa, la scoperta di essere aspettati da qualcuno. Ciascuno può verificare se il ricatto della «lentezza dell’ora», il dogma del tempo che si può perdere e la condanna alla distrazione (che alla lunga logorano l’attesa e insinuano il sospetto che non valga la pena ricominciare) vengono vinti dall’esperienza di qualcuno per cui vale la pena sia faticare che uscire: infatti «la vita ha valore solamente se si vive per qualcosa o per qualcuno» (La casa in collina). E allora può accadere di andarsene a dormire tranquilli, perché non si vede l’ora di ricominciare: «È notte, al solito. Provi la gioia che adesso andrai a letto, sparirai e in un attimo sarà domani, sarà mattino e ricomincerà l’inaudita scoperta, l’apertura alle cose» (Il mestiere di vivere, 5 marzo 1947).



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