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DIBATTITO/ La lezione di Manzoni all'Europa della "peste" finanziaria

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Oggi si sta ripetendo la stessa scena con la situazione del debito spagnolo e con il rischio di “contagio” ad altri paesi europei come l’Italia. Come nell’epoca della peste, tutti sono omologati come colpevoli e vittime insieme di eventi che sovrastano ogni capacità umana di comprensione e controllo. La peste monetaria viene presentata come la “livella” di Totò, rispetto a cui tutti sono uguali, e non ha senso invocare differenze di giudizio e di comportamento. La peste come calamità assoluta che si abbatte su un popolo per imperscrutabili ragioni, cancella ogni responsabilità individuale e collettiva e chiama tutti a trovare rimedio alle conseguenze della “malattia” attraverso la disponibilità ad accettare qualsiasi sacrificio in nome di una possibile salvezza di cui non si intravede il percorso. Nel clima della peste ciascuno cerca disperatamente di salvare se stesso anche a costo della morte degli altri. Si sfrena l’egoismo primitivo e selvaggio che rende ciechi e impedisce ogni possibilità di identificarsi con l’altro. La peste segna la fine di ogni alterità possibile e mobilita solo l’istinto primitivo di conservare la propria vita, costi quel che costi.

Il linguaggio adoperato dai governanti è privo di alternative: le richieste anonime dei mercati di soddisfare le proprie pretese appaiono come una necessità ineluttabile; le misure che vengono adottate sono presentate come inderogabili per realizzare l’espiazione dei cittadini che si sono sfrenati nel godimento e nel consumo. Ci sono tutte le caratteristiche di una situazione sociale in cui il senso della peste come grande catastrofe si diffonde nel senso comune: una maggioranza politica e un sistema mediatico che continuamente sollecitano a riflettere sulla gravità del rischio di un caos assoluto che può travolgere ogni ordine; alimentando l’angoscia che per evitare il rischio di contagio sia necessario tagliare ogni legame di solidarietà con i Paesi più deboli anche quando siamo legati ad essi da una storia millenaria. 

La presenza di alternative è esclusa per principio, poiché il regime della peste è un regime di necessità sottratto ad ogni giudizio di possibilità e ad ogni distinzione. Ritorna un antico tema dell’angoscia umana: il terrore che forze misteriose e indecifrabili si abbattano come un destino funesto (Sergio Givone, La metafisica della peste). Di fronte a questo implacabile destino ciascuno diventa nemico di se stesso e degli altri ed è chiamato ad una rassegnazione senza voce o alla ricerca spasmodica di un capro espiatorio su cui riversare la responsabilità di ogni cosa. Anche l’attuale delegittimazione di ogni forma di partito o organizzazione sociale appartiene alla logica del capro espiatorio.

La rappresentazione della crisi finanziaria come eventualità priva di spiegazioni in termini di lotta per il potere e di abuso di privilegi nei confronti dei più deboli, consente, attraverso l’analogia con la sindrome della peste sociale, di verificare l’effetto di accecamento collettivo che le classi dirigenti e il sistema mediatico tendono a determinare nella coscienza di ciascuno.

L’ultimo libro di Luciano Gallino (La lotta di classe dopo la lotta di classe) che spiega come, nonostante ogni apparenza, sia in atto una lotta feroce tra i vincitori (la nuova classe dell’establishment mondiale) e i perdenti (lavoratori, cittadini, giovani e donne) non suscita alcuna discussione pubblica, perché l’interesse di chi governa, direttamente o indirettamente, è quello di mantenere il senso comune in una confusione in cui non sia più possibile distinguere non solo la destra dalla sinistra, ma neppure Marchionne dall’operaio di Termini Imerese. 



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