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LETTURE/ Ezra Pound, l'usura, il dono

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New York, yoga di massa a Times Square per il solstizio d'estate (InfoPhoto)  New York, yoga di massa a Times Square per il solstizio d'estate (InfoPhoto)

3. Ma dove il lavoro è mero strumento per un fine utilitaristico, già conosciuto e predittibile, non c’è possibilità di novità, e anche il volgersi al passato non genera altro che un tradizionalismo privo di intelligenza e privo di fecondità, se è vero che − secondo la geniale intuizione di Rodolfo Quadrelli − il tempo in cui si coniuga la tradizione è il futuro: «Usura soffoca il figlio nel ventre / frena il corteggiamento del giovane / porta vecchiacci nel letto / giace in mezzo agli sposini». 

La panoramica poundiana è impressionante, tanto più perché dice molto di questo tempo di crisi che si vorrebbe economica ma che è antropologica, la crisi di un uomo esiliato da se stesso e che − nulla sapendo di sé − nulla sa della dimora che cerca, né di come e dove costruirla. Se quel «peccato contro natura» che è l’usura soffoca il bisogno di costruire, di agire nel mondo e sul mondo, se «al tagliapietre è tolta la sua pietra» e «al tessitore il suo telaio», è infatti evidente che «nessun uomo può trovare un luogo da abitare». Perché privo del lavoro, privo della possibilità di servire e manipolare il reale, di servirlo manipolandolo, l’uomo è privo di sé e del proprio abitare nel mondo, senza una casa da costruire e amare: «Con usura non c’è uomo che abbia una casa di solida pietra, / di pietra squadra e liscia / che sia da essere istoriata». 

4. Dopo la pubblicazione della Quinta decade, la vicenda umana di Pound precipita vorticosamente: l’arcinota adesione idealistica al fascismo, i proclami anti-americani alla radio, l’arresto e tredici anni di detenzione spartiti tra il Disciplinary Training Center di Pisa e il centro di salute mentale del St. Elizabeth Hospital di Washington.

Era questa la promessa? Un poema incompiuto e illeggibile anche per i suoi stessi amanti? Una sequenza apparentemente senza nessi di versi, amori, amicizia, giudizi avventati, errori? Guardata col metro dell’usura, la vita e l’arte di Pound non possono non sembrare un meraviglioso fallimento. Eppure già nel canto LXXXI − uno dei Canti Pisani scritti nel primo periodo della sua detenzione − insorge nella riflessione poundiana l’orgoglio vivo di chi ha preso parte alla vicenda del mondo non da spettatore: «Ma avere fatto piuttosto che non fare / questa non è vanità. / [...] / Aver raccolto dall’aria una tradizione viva / o da un occhio fine ed esperto la fiamma non domata / questa non è vanità. / L’errore è tutto in ciò che non è fatto, / nella diffidenza che tentenna». 

L’azione come contemplazione, l’amore per le cose come tentativo radicale di lode e di edificazione. Un ardore che cova in sé il desiderio della pienezza, e che proprio perciò nel tempo cede il passo al dolore per l’impossibilità dell’uomo a compiere da sé un solo atto giusto, alla domanda che la vita, l’azione, l’amore siano salvati, che non muoiano. Ce lo dice uno degli ultimi frammenti, scritto nel ritiro “espiatorio” in Italia: «Ho provato a scrivere Paradiso / Non muoverti / Lascia che parli il vento / Questo è il Paradiso // Che gli dei perdonino / quello che ho costruito / Che possano quelli che ho amato perdonare / quello che ho costruito» (Note per i canti CXVII e successivi). E se in questo frammento Pound sembra traboccare di nostalgia, si tratta di una nostalgia in fondo non nostalgica, della nostalgia dolorosa di chi sa di avere molto amato e profondamente sbagliato, impotente a darsi una salvezza soltanto intuita e costeggiata. La nostalgia dolorosa di un uomo che nella sua guerra con le cose ha sempre cercato la pace; di un uomo che, facendo il male, ha sempre cercato il bene, la risposta a una sete inesausta e indimenticata: «Se i nostri amici si odiano / come può esservi pace nel mondo? [...] / Tempo, spazio / né vita né morte è la risposta. / E dell’uomo che cerca il bene / facendo il male. / Nella mia patria / dove i morti camminavano / e i vivi erano di cartapesta» (Canto CXV). 

 



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