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LETTURE/ Ezra Pound, l'usura, il dono

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New York, yoga di massa a Times Square per il solstizio d'estate (InfoPhoto)  New York, yoga di massa a Times Square per il solstizio d'estate (InfoPhoto)

1. Con la pubblicazione nel 1937 di dieci nuovi Cantos, Ezra Pound per la prima volta non include nel titolo l’espressione Drafts, traducibile con «stesura», che aveva accompagnato la pubblicazione dei primi quarantuno. Un segno minimo ma indicativo del fatto che nella visione dell’autore il poema informe e interminabile iniziato vent’anni prima stava ormai acquisendo una dimensione sicura, una struttura che non si giustificava più nella concezione di tentativo, ma si definiva invece in quella di opera con un destino, benché ancora in costruzione.

Di questa Quinta decade dei Cantos (The Fifth Decade of Cantos), uno dei più brevi e facili a comprendersi, e anche perciò uno di quelli che ha avuto più eco e durata presso i non poundiani, è il canto XLV, il canto dell’usura. Posto al centro della vicenda delle riforme economiche leopoldine e del Monte dei Paschi di Siena, è un caso esemplare di che cosa davvero sia l’allegoria, secondo la definizione fissata da Eliot di «chiare immagini visive». Un caso in cui le immagini e i concetti sono al medesimo tempo letterali e simbolici, operanti su due piani non paralleli ma necessari l’uno all’altro.

Che cos’è infatti quest’usura di cui Pound ci parla? Nella letteralità del verso, si tratta dell’interesse finanziario, come conferma la nota in coda al testo, dove l’usura è definita come «una tassa sul potere d’acquisto». Al tempo stesso, però, è l’incarnazione e la radice di tutti i mali umani, la carie che corrode gli uomini con il proprio tepore, annichilendone lo slancio creativo, soffocandone la naturale propensione al dono di sé.

2. Se nel canto, quindi, l’usura è un’azione, essa è tuttavia un’azione che denuncia una forma mentis, un modo di rapportarsi alle cose e al creato che rende l’uomo parassitico. Ed è proprio questa radice antropologica che rende attuale oggi e sempre l’invettiva poundiana. L’usura è per Pound il dominio dell’immediato: sgretola il passato e - di questo nulla più conoscendo - è disperante sul futuro. In questa visione meschina e soffocante, non solo ogni gratuità, ma lo stesso inattingibile desiderio della gratuità è eroso, lasciando spazio solo al calcolo. Il primo luogo in cui si vede è il lavoro, che perde il senso e il gusto di sé: non più espressività e collaborazione desiderata dell’uomo al mondo, ma pena da bordeggiare a distanza, senza coinvolgimento e sempre attesi a un secondo fine che ne piega fin dall’origine la natura. Ecco allora che agli orafi «fa ruggine usura del cesello»; ed ecco che «non uno più impara a intessere oro nell’ordito». Tutto ciò che richiede arte e pazienza è misconosciuto, la bellezza e la cura del gesto nel lavoro non sono più un onore, ma un futile onere. Persino il lavoro propriamente artistico diventa soggetto usuraio, dacché «nessun dipinto è fatto per durare o per conviverci», ma al contrario «si fa perché si venda, e in fretta».



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