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ARTE/ Quell'incontro "incompiuto" tra Pasolini e Testori

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Dov’eravamo? Dov’ero io quando usciva l’articolo sul Corriere della Sera, in prima pagina, sulla “scomparsa delle lucciole”, febbraio 1975? Perché non parlammo di più di Pier Paolo Pasolini con il grande maestro Giovanni Testori, qui in questa casa lombarda di famiglia, a Novate Milanese, in quelle cene limpide e vivaci dei primi anni ottanta, che una fortuna inaspettata volle donarci? Perché non lo abbiamo incalzato a proposito di quell’urgenza di vivere, di incontrare la realtà, di avere un rapporto vero con le persone e con la materia, che accomunava il grande Giovanni con il nostro intellettuale italiano preferito?

La vita è ironica e lascia sempre, quando si fanno esperienze importanti, la sensazione di non aver avuto abbastanza coscienza di quello che ci stava accadendo. E’ questo tumulto di sentimenti di incompiutezza (e insieme di ringraziamento) che continua ad agitarmi dopo aver visto la straordinaria mostra “Pasolini a casa Testori”, organizzata dall’Associazione Testori in collaborazione con il Gabinetto Viesseux di Firenze e il Fondo Pier Paolo Pasolini, che è arrivata agli ultimi giorni di apertura e di cui sta per essere distribuito un imperdibile catalogo, a cura di Davide Dall’Ombra e Giovanni Agosti, i due acuti curatori (fra l’altro non perdetevi l’offerta last minute 15 euro ingresso più catalogo...).

E’ una mostra questa che tutti gli studenti d’Italia dovrebbero visitare almeno per mezz’ora, tanto è la forza evocativa di due grandi personalità eccentriche, Pasolini e Testori, entrambi omosessuali, entrambi cattolici, entrambi poeti e allievi di Roberto Longhi (la triade di “Paragone” raccontata dal terzo, Alberto Arbasino), entrambi grandi osservatori di cose artistiche. Due grandissimi che si sono sfiorati e stimati un po’ a distanza.

Insomma il miracolo di questa mostra è che finalmente Pasolini trova casa da Testori, compiendo in qualche modo, e solo per una piccola porzione, quell’incontro incompiuto, da “Sliding doors” spirituali e culturali nell’Italia degli anni sessanta e settanta, rafforzando a posteriori e quasi arbitrariamente il duetto pratico (e quindi poetico) della loro arte, della loro vita, del loro sguardo sul mondo.

L’impatto con l’arte di Pasolini passa attraverso alcune sue pitture poco viste, realizzate per sua passione privata. Dipinti folgoranti, ritratti e autoritratti, rivelatori delle sue profonde pulsioni e insieme fotografie, articoli, stralci di vita, lettere, biglietti. Un affollarsi di cose vere, perché autentiche e spalancate sull’Infinito.

Prendete il rapporto con Maria Callas, la grandissima cantante lirica che PPP ingaggia per il film Medea nel 1969. Una vera musa ispiratrice e allo stesso tempo un’artista coinvolta nel meccanismo anche spietato della riproduzione cinematografica, che il regista-intellettuale però le spiega con una intimità, una profondità e una semplicità stupefacenti: è inevitabile, le scrive in un biglietto, anche se provoca dolore “spezzare e frantumare una realtà ‘intera’ per ricostruirla nella sua verità sintetica e assoluta”…



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