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DIBATTITO/ Magatti: il nostro benessere? E' morto di infarto

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Occorre tornare a «fare economia», usando bene, senza sprechi, le risorse disponibili. Ad esempio nella gestione delle risorse pubbliche. Ma la cosa più importante è elaborare un nuovo concetto di crescita, che non potrà più essere un’espansione quantitativa senza essere al contempo qualcosa che ha a che fare con la qualità delle nostre relazioni, con la bellezza, con la capacità di creare luoghi e occasioni in cui ci domandiamo che cosa stiamo a fare al mondo.

In tutto questo c’è un contributo peculiare che può venire dalla tradizione italiana?

Certamente. Il paradosso è che la marginalità dell’Italia rispetto ad alcuni processi degli ultimi vent’anni l’ha al tempo stesso preservata da alcune pericolose derive. Penso alla «resistenza» dei nostri legami familiari, alla vivacità della nostra impresa, al ruolo che continuano ad avere le nostre città piccole come luoghi in cui si salvano e si mantengono i rapporti di senso. L’Italia ha una straordinaria capacità di tenere insieme il particolare, la singolarità, con una proiezione universale, e questa capacità ha la sua spiegazione ultima nel «codice» cattolico del nostro Paese. Ed è una dote profondamente anti-tecno-nichilista.



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