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LETTURE/ Parlo, dunque sono. Ma cosa c'è nelle parole che diciamo?

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Noam Chomsky (InfoPhoto)  Noam Chomsky (InfoPhoto)

Due i cardini che ritroviamo anticipati già nei modisti medievali: 1. Per una struttura sintattica non esistono regole specifiche ma principi generali che interagiscono in modo complesso. 2. Mentre i principi sono invarianti, in tutte le lingue esistono differenze specifiche.

Questo modello ha avuto una portata enorme. Ad esempio nell'acquisizione del linguaggio. Varrone lo aveva già capito, una parte della nostra conoscenza del linguaggio non viene insegnata ma è un fatto di natura e dunque i bambini quando acquisiscono il linguaggio non costruiscono qualcosa che non c'è ma selezionano una fra le sintassi possibili, quella a cui vengono esposti. Dunque una parte della capacità che hanno gli uomini nel comprendere il linguaggio dipende da qualcosa che viene prima dell'esperienza. Questo in fondo è il centro dell'idea della grammatica universale che a questo punto, come dice Moro, “è una teoria dei limiti dell'esperienza nello sviluppo del codice linguistico”.

Nel libro c'è un altro tema che sta sotto tutto il testo come un filo rosso. Si tratta del verbo essere a cui Moro ha dedicato due anni fa un intero volume. Un argomento complesso, su cui non mi posso fermare ma che può essere visto da molti punti di vista e che presenta diversi problemi. Innanzitutto il verbo essere è uno degli ingranaggi con cui le lingue umane esprimono il tempo. In secondo luogo può stare per un’affermazione. Può però anche esprimere un’identità, o una predicazione. Ed è proprio quest’ultima duplicità che ha portato Bertrand Russell ad ipotizzare l’esistenza di due differenti verbi «essere».

I problemi diventano ancora maggiori quando passiamo alla sintassi della frase. Infatti il verbo essere non si comporta come qualsiasi altro verbo transitivo per il quale il soggetto resta sempre diverso dal predicato, ma permette che il soggetto possa essere invertito con il predicato. Dunque la sequenza canonica delle frasi soggetto-verbo-predicato entra in crisi perché almeno in una metà dei casi abbiamo una sequenza inversa. Questa difficoltà non è da poco perché va contro uno dei punti fondamentali della teoria contemporanea della frase e ha portato Moro a proporre una teoria alternativa di grande novità.



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