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LETTURE/ Può ancora la cultura incontrare degli amici?

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Giovanni Testori al Centro Culturale di Milano (Immagine d'archivio)  Giovanni Testori al Centro Culturale di Milano (Immagine d'archivio)

Quattro i paragrafi che raccolgono i testi, Il dramma di Dio e il dramma dell’uomoIntercettati dalla verità stessaLineamenti di un volto comuneImmersi nella storia, e mostrano ancora di più cosa possa legare tante persone di Paesi diversi, di storie diversissime che, senza programmarlo, convergono in un punto, in un “centro” – l’esperienza – dal quale si accendono nuove cose, un nuovo gusto, una nuova conoscenza, capace di entrare in merito ai particolari problemi e temi del mondo contemporaneo. 

Dove la domanda si accende indica proprio quel punto in ognuno di noi dal quale desidereremmo che si muova ogni idea e dinamica; indica che oggi più che mai è necessario dare vita e fisionomia a questo incontro con l’esperienza, con l’altro.

Dodici riflessioni che coinvolgono la dinamica di diverse espressioni dell’uomo, dall’arte, alla scienza, al metodo della ragione, alle relazioni sociali, all’esigenza di un significato ultimo. Ed entrano nel merito della realtà, verificando la propria proposta ma anche le riduzioni, perdite, astrazioni che l’uomo subisce per inerzia del suo cuore o cospirazione contro di esso. “Ogni problema che riguarda uno degli aspetti dell’uomo riguarda anche tutto l’uomo” avvertiva lo scienziato Alexis Carrel.

Un libro sui generis perché documento del tentativo di un’unità, del conoscere, del sapere, unità da tutti evocata o cercata, aspirazione e ideale di ogni cultura e di ogni uomo autentico, ma senza liquefare il volto dell’io in un mare di genericità, come il potere amante della “cultura” vorrebbe, ma rilanciandone la concreta libertà.

Racconta bene l’episodio citato dalla Prefazione di Luca Doninelli: “Leggendo i nomi degli amici che, via via, si sono legati c'è di che restare sbalorditi (…) aggiungo Giuseppe Pontiggia, che proprio al CMC volle regalare la sua ultima apparizione pubblica, a pochi mesi dalla morte, con una commovente testimonianza personale a commento del Canto XXVI dell'Inferno. L'Ulisse di Dante rappresentava per Pontiggia la persuasione ingenua secondo cui la cultura salva la vita: una persuasione che lui stesso aveva perseguito con ostinazione, e della cui miopia si rendeva conto solo adesso. Questa testimonianza fu per me - che nell'occasione facevo da presentatore - la conferma dell'intuizione culturale, e direi anche estetica, che aveva generato il CMC: la passione per la cultura non nasce dai libri, ma da un incontro. Proprio come affermò don Giussani nell'incontro inaugurale (edito nel libro) del Centro: Dal senso religioso a Cristo, ossia: da una passione interiore all'incontro umano, concreto, fisico, che ci spalanca al senso pieno di quella passione”.

La stranezza, la controtendenza dunque, è che questi uomini siano stati a loro volta colpiti, fino a dar vita ad amicizie durature, forti e senza condizioni di nessun tipo (politico, culturale, religioso o altro).



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