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DIBATTITO/ Moriremo in una Italia moralista?

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Una cara cugina, compagna di antica data, mi ha regalato “Elogio del moralismo” di Stefano Rodotà. Dopo il ringraziamento mi è balzato alla mente un pensiero: “Ma come, abbiamo fatto un quarantotto nel ’68 per distruggere il moralismo catto-borghese allora imperante, e questo è l’esito?”.

Non c’è nulla di cui stupirsi: il moralismo è la nemesi di ogni rivoluzione, e questo per varie ragioni. La principale è che non si può vivere senza un minimo di ordine tanto politico quanto morale. E se non ci vuole molto a mettere in ginocchio istituzioni e modi di vita tradizionali, non altrettanto facile è l’opera di rifondazione. Allora ecco il bisogno di regole.

Ciò non toglie che il problema della rifondazione di un’etica pubblica sia quanto mai impellente. E non mi riferisco esclusivamente ai politici. Se c’è una cosa oggi evidente in Italia è che non si dà categoria che sia all’altezza della propria deontologia professionale: né i giornalisti, né i magistrati, né gli insegnanti, né i medici, nemmeno i sacerdoti. Il caso forse più eclatante è quello delle forze dell’ordine, tanto numerose quanto assenti nel servizio quotidiano ai cittadini.

Dal punto di vista teorico - dal punto di vista di tutti quei pensatori che oggi si affannano a scrivere di etica - la prima mossa che occorrerebbe fare per dovere di onestà intellettuale è quella di dichiarare il problema insolubile. Non è certo una teoria che può rifondare l’etica pubblica. E non è nemmeno l’introduzione di nuove regole, in un’Italia che già soffoca a causa di decine di migliaia di leggi e leggine: chi poi le farebbe rispettare?

Una mossa teorica intellettualmente onesta è quella di accontentarsi di individuare le condizioni di possibilità di una soluzione. E tali condizioni non sono individuate dal moralista ma da un’altra figura, quella dell’uomo di coscienza. Ciò che distingue il secondo dal primo è un’improprietà. Il moralista tende al raggiungimento di una perfetta coincidenza tra il dovere e l’essere; l’uomo di coscienza sa di essere abitato da un dovere che si nega al suo possesso, pur essendo ciò che ha di più intimo, e che è sempre al di là delle sue possibilità. Il moralista è responsabile in quanto risponde a sé delle proprie azioni; l’uomo di coscienza risponde a qualcosa che non è lui ma ne è al di sopra. Il moralista si illude di essere all’origine di se stesso; l’uomo di coscienza sa di essere generato da qualcos’altro. Il problema del moralista insomma è che se la suona e se la canta, mentre l’uomo di coscienza soggiace al fascino e al timore di un’istanza capace di riprenderlo, di redarguirlo e persino di sfidarlo in una tenzone dialettica. Agostino d’Ippona parlava di una “veritas redarguens” che abita il cuore umano. Per l’uomo di coscienza c’è qualcosa che non ha prezzo, che è assoluto, incondizionale, non negoziabile. Di conseguenza, servire per lui è un onore e il sacrificio sempre una possibilità.



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COMMENTI
06/06/2012 - Morale regole e san benedetti (Alberto Consorteria)

Vero: le istituzioni morali non son fatte da buone regole, ma da buone persone. E tra filosofi e scienziati politici nessuno lo ammette, ma così è. Il problema è che per come è costituita la vita pubblica contemporanea si vuole disincentivare chi fa bene. In poche parole, viviamo in un set di regole e strutture (morali e giuridiche) volte a uccidere ogni qualsivoglia Benedetto si presenti alla porta.

 
06/06/2012 - quale Italia? (francesco taddei)

Più che rifondare l'etica pubblica c'è bisogno di rifondare l'Italia. Tra padania, indipendentisti, sudisti, sudtirolesi antiitaliani e quant'altro, siamo sicuri che il popolo italiano esisterà ancora?