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RAY BRADBURY/ Pianeti e astronavi? Gli servivano per arrivare a Dio

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Ray Bradbury (1920-2012; immagine d'archivio)  Ray Bradbury (1920-2012; immagine d'archivio)

In Fahrenheit 451 gli uomini che Montag incontra al termine della sua fuga portano nomi biblici − Genesi, Deuteronomio... − perché essi sono il loro compito, cioè esprimono la propria vocazione personale avendo imparato ognuno un libro della Bibbia, visto che tutti i Libri Sacri del pianeta sono ormai stati bruciati dalle squadre di incendiari del potere assoluto. 

Bradbury però, a differenza dei teologi della fantascienza (come Heinlein e Zelazny, ed anche più tardi Phil Dick) aveva interesse per il rapporto umano con il divino, più che per le sue ipotetiche forme sociali. Diceva sempre che il Vangelo di san Giovanni era il suo libro preferito. La forma dell’amore era quella che lo attirava nella sua fede un po’ giocosa e un po’ universalista.

E così − come a volte accade nella fantascienza, dove i racconti offrono sprazzi unici, come mostrato da due capolavori come Sentinella e Risposta, di Fredric Brown − il vertice della sua fantascienza biblica Bradbury lo raggiunge in un racconto presente in un opera “minore” come L’uomo illustrato. Il racconto è L’uomo, storia di un’astronave che vaga per i pianeti d’una lontana galassia per incontrare nuove forme di vita. Su un pianeta accade qualcosa di insolito: gli abitanti non sono per nulla interessati ad incontrati gli astronauti terrestri. Motivo? Sono troppo occupati ad ascoltare un visitatore giunto da pochi giorni che gli sta aprendo gli occhi sulla vita e sulla morte, sulla bellezza e sull’amore. Chi è questo visitatore? Da dove viene? Cosa vuole? “È colui che tutti attendono, da sempre”. Nel racconto riaccade piu o meno quello che sulla Terra è accaduto tra Betlemme, Cafarnao e Gerusalemme. 

L’epilogo è figlio del genio di Ray. Il capitano Hart esplode con le sue nevrosi, incapace di credere che il divino possa essere cosi vicino a lui, mentre il più concreto, l’astronauta Martin, capisce e va ad incontrare quell’uomo, mescolandosi alla folla di quel pianeta lontano. Bradbury l’ha scritto nel 1948, quando aveva solo 28 anni. Ieri se n’è andato, novantunenne. Chissà quali cronache astrali potrebbe scrivere, ora sta vedendo tutto e non deve più “immaginare”.

 



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