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RAY BRADBURY/ Pianeti e astronavi? Gli servivano per arrivare a Dio

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Ray Bradbury (1920-2012; immagine d'archivio)  Ray Bradbury (1920-2012; immagine d'archivio)

Ho cominciato a leggere Ray Bradbury da Cronache Marziane quando ero alle scuole superiori e non ho più smesso. Ho letto  piu volte le sue cose migliori, a partire da Fahrenheit 451 (di cui adoro anche l’immobile trasposizione cinematografica firmata da Truffault) e il Popolo dell’autunno, ma non mi son fatto mancare nemmeno le sue cose più folli come Morte a Venice, spumeggiante pseudo mistery ambientato nella città gioiello californiana, oppure le raccolte horror Molto dopo mezzanotte e La follia è una bara di cristallo (che raccolgono spunti di autentica paura, tra demoniache presenze e bizzarre antropofagie di gruppo). 

Se è vero che il racconto era forse il suo modello letterario preferito e se la fantascienza gli ha dato la celebrità che lo accompagnerà nei decenni di produzione letteraria, è anche vero che Ray ha scritto sceneggiature cinematografiche, saggi, libri per ragazzi, pièce teatrali e decine di articoli per testate californiane,  alternando visionarietà noir a un buon umore vicino a quello di Alfred Hitchcock (con cui ha lavorato) e Walt Disney, suoi amici carissimi.

Più continuo di Fredric Brown, meno strettamente ancorato alla science fiction di Heinlein (tanto per citare autori suoi amici), Bradbury non ha mai avuto rapporti con Asimov e Clarke, con cui pure condivide l’olimpo della fantascienza, ma verso cui non aveva interesse perché, diceva, la letteratura di pianeti e astronavi non suscitava in lui alcun interesse: aveva curiosità solo per le storia di uomini che nel futuro si trovavano a che fare con gli stessi problemi del nostro presente o del passato  remoto. 

Gli altri hanno scritto decine di titoli, lui invece poche cose, eppure sublimi. Non lo si può considerare un geniaccio letterario del Novecento ma sta di fatto che Bradbury, come spesso si legge, ha umanizzato la fantascienza. Non avendo gli interessi astrofisici, cibernetici o matematici che muovono gente come Robert Sawyer, Stanislaw Lem o Ben Bova, Bradbury ha concentrato la sua attenzione su quale sarà la fine dell’uomo, delle sue verità, della sua memoria nei possibili futuri che l’attendono. Come la metterà l’uomo quando si troverà alle prese con la giustizia, la sacralità, la ricerca di senso, la fratellanza, la morale, mentre intorno a lui sfrecciano le astronavi e dominano i robot. Questo era il suo tema. Chi ama 2001 Odissea nello spazio, Blade Runner e Solaris sa di cosa parliamo.

Tra le altre cose, le opere di Bradbury si sono intrecciate più e più volte con il senso d’attrazione dell’uomo per il divino e con la sua tradizione religiosa. Nelle Cronache, gli uomini scoprono stupiti che i marziani vivono ormai in uno stato di perfetta comunione con il divino, cosa che gli permette di non avere religioni o sacerdoti mediatori. 



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