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LETTURE/ I Sicofanti e Irene: perché l'uomo da solo non può opporsi al potere?

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L'ombra dell'imperatore (InfoPhoto)  L'ombra dell'imperatore (InfoPhoto)

3. In Irene è tutto molto più sanguigno: umana la faccia del potere, umane le passioni e la violenta brama di pienezza che animano l’Imperatore Tito e il suo desiderio folle di dominare il cuore di Plinio, di conquistarne l’anima corrompendone la santità. Nominato a capo dell’Impero dal morente Vespasiano, Tito è accolto e servito da Plinio, che gli riserva un’obbedienza fedele e convinta, imponendola anche all’ardore del giovane nipote Teucro. Ma l’obbedienza di Plinio è inaudita, intollerabile: fedele servitore senza essere servo, il suo cuore e la sua mente hanno un padrone che non è l’Imperatore. Ed è proprio questo che Tito non può tollerare: colmo di livore, consapevole della propria indegnità al cospetto di Plinio, egli decide di distruggere quella libertà che non può conquistare, di seminare il dubbio nel cuore del vecchio soldato e renderlo schiavo della brama come tutti. Per farlo, occorre spezzare i legami più cari, seminare l’ombra del dubbio dove Plinio fonda la propria certezza. Un compito arduo di cui incarica la schiava Aracne, inconsapevole di firmarne a un tempo la perdizione e la salvezza: «Avvelenare la terra. È Plinio che voglio. Il corpo o lo spirito. O tutti e due. [...] Fa’ quello che vuoi, ma Teucro il virtuoso e Plinio il saggio si odieranno fino a perdere la ragione. [...] Non potranno più obbedire senza smania, comandare senza possedere». 

4. I volti del potere che le due tragedie affrontano hanno un’origine opposta. Se nei Sicofanti è infatti la morte del desiderio a dominare, in Irene è una passionalità sfrenata, una sensualità senza oggetto che non riesce a darsi forma e travolge tutto ciò che ha di fronte.

Anonimo e tecnocratico, o umanamente violento e sanguigno, il potere ha tuttavia sempre lo stesso nemico: la verità. E se la verità è inattaccabile per la sua inesorabilità, ciò che il potere può colpire è la capacità dell’uomo di riconoscerla e accoglierla. Per questo i suoi bersagli prediletti sono tutto ciò che sostiene questo riconoscimento, in primis l’amicizia e la fedeltà. Per questo, tanto la polizia del Naso che controlla l’ortodossia, quanto il piano ferale di cui Aracne e Galeno sono esecutori mirano a corrodere la fiducia nelle persone amate, a creare un legame diretto tra un singolo irrelato e il centro del potere, a imporre o esasperare un’etica salvifica per cui tutti giudicano tutti in nome di una presunta maggiore fedeltà. Come dice Tito a Plinio nell’atto conclusivo: «Si può credere quello che si vuole a Roma. Ma si appartiene a quello che si deve».

Così da un lato i personaggi dei Sicofanti, il loro consegnarsi servile all’idolo del Naso, sono l’espressione − stilizzata finché si voglia ma terribilmente realistica − di un mondo talmente privo di desideri particolari da accettarne l’imposizione dall’esterno, pur di averne uno. In Irene, al contrario, tutti i protagonisti perseguono un interesse definito, più o meno santo, più o meno meschino − ed è in questo tentativo struggente di possedere la totalità nel particolare amato che si perdono. Se insomma gli attori di Irene ricordano l’anima semplicetta di Dante, che uscita dalla mano di Dio gli corre incontro e si perde inconsapevole dietro a «ciò che la trastulla», finché «guida o fren non torce suo amore», i cuori assenti dei Sicofanti richiamano piuttosto l’amaro controcanto che ne fa Eliot, di un’anima che non scontrandosi mai davvero con la realtà, cresce «irresoluta ed egoista, deforme, zoppa, / incapace di avanzare o ritrarsi: / temendo la calda realtà, il bene offerto / negando l’importunità del sangue, / ombra delle sue ombre, spettro nella sua tenebra». 

 



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