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IDEE/ Il "falso" problema dei cattolici

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Corollario: là dove la politica non raccoglie questa sfida, si riduce “oggettivamente” a un teatrino di pseudo-politica popolato da volenterose o pittoresche o truci figure: comitato di affari e amministrazione per conto terzi, velleitarismo e antipolitica retorica, difesa dei valori tradizionali e politiche localistiche, moralizzatori e libertari, ecc. Dove tutto, drammaticamente, vale tutto, perché il contesto è ormai sganciato dalla “realtà reale” e nessuno governa le finalità ultime del lavoro politico stesso. Un teatrino che, inevitabilmente, quanto più diventa irreale, tanto più è accanitamente e follemente occupato a garantire anzitutto se stesso.

Solitamente si sottolinea l’effetto di dislocamento (di risorse e imprese, d’ogni tipo) che la globalizzazione comporta e quindi di dissolvimento “reale” se non “legale” dei confini nazionali e della relativa sovranità statuale e politica. Tutto ciò è vero e già basta per indurre un enorme problema di spaesamento e di identità politica. Ma l’effetto è radicalizzato e amplificato al massimo dall’elemento culturale – su cui il mondo cattolico fa fatica ad applicare davvero l’attenzione critica – dell’universale caduta di senso dell’universale. Crediamo di aver chiuso con la stanca modernità e di dover far fronte, se si è laici, con un fastidioso ritorno di religiosità, se si è cattolici, con penosi strascichi relativisti. Ma le cose ovviamente non stanno così. Piuttosto fanatismo religioso e relativismo laico sono sintomi di un annichilimento dell’universale antropologico (ma anche ontologico e teologico), a cui non rimedia l’appello ai valori o un esile rinvio ai diritti umani, appunto di un uomo che non c’è. L’occidente ha perso ormai un dignitoso lessico comune sull’umano e un codice comune di comportamenti conformi. Non solo, ma ha sulle spalle un travaglio culturale plurisecolare che lo convince che ormai l’impresa di una comunanza reale è impossibile. Né, d’altra parte, si possono rimettere in opera come tali lessici e codici di altri tempi.

L’effetto politico di tutto ciò è la drammatica impossibilità – che potrebbe diventare tragica, ad esempio nella forma di incontrollabili conflittualità – di governare il processo mondiale della globalizzazione; anzitutto per mancanza di categorie culturali adeguate, di definizione credibili di fini, di cooperazione inclusiva, quindi anche per incapacità di utilizzo politico costruttivo delle tecniche con cui affrontare la cosa. Senza un’idea dell’universale politico più forte della generalità globalizzante, la politica diventa un’appendice di poteri altri: l’impotenza di governo dei fenomeni reali coincide con la morte della politica reale. 

Ma la sparizione della politica non coincide con quella del bisogno di governo. La globalizzazione è un effetto complesso della rivoluzione tecnologica del nostro tempo; se essa non è governata, si governerà da sola (come già sta accadendo) utilizzando la spontanea concentrazione di potere che è propria della tecnologia, cioè attraverso élites tecnocratiche appositamente selezionate. Alla politica si sostituisce la tecnocrazia e la sua efficienza senza universalità antropologica. Infatti la globalizzazione, come le tecnologie che la rendono possibile e la sostanziano, è portatrice di generalità tecno-scientifiche, fatte di procedure e di scopi efficienti, ma che nulla sanno di valori e di fini. La tecnocrazia si intende di metodologie, funzionamenti e cose, non di relazioni, convivenze e persone. Per questo una tecnocrazia può coniugarsi senza problemi (di governo) con un convinto e “illuminato” nichilismo. D’altra parte, che cos’è una finanza sganciata dall’economia reale se non una tecnologa senza fini e senza fine, una virtualità che finisce per vampirizzare la realtà? 



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