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IDEE/ Il "falso" problema dei cattolici

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La domanda che conta è, dunque, come debba essere una politica che sappia tenere aperto il suo spazio nel pieno della contraddizione epocale in cui siamo. Già diversa sarebbe una politica che, consapevole della mortifera pseudo-politica e della vera antipolitica, partisse da quella domanda. La risposta poi è da costruire. Certamente, si deve trattare di una politica impegnata nello sforzo di comprensione in un tempo come il nostro, in cui senza grande visione non si riesce più ad afferrare neanche le piccole cose. Una politica per cui la riflessione culturale non è un elegante presupposto, ma la condizione interna della sua azione. Se per Hegel la filosofia è “il proprio tempo in idea”, la politica di oggi, che non può essere amministrazione del presente, è il proprio tempo in programmi d’azione pubblica; cioè un agire pubblico che commisuri le risorse e le possibilità del Paese alle esigenze della globalizzazione riletta con criteri non tecnocratici. 

Dunque una politica che sia una “presenza politica”, nuova e difficile, che si colloca insieme dentro e fuori l’apparato politico esistente. Restare solo all’interno vuol dire oggi essere inevitabilmente assimilati al teatrino della pseudo-politica, cioè di una ideologica insignificanza. Stare solo all’esterno rischia l’inincidenza. D’altra parte è una forte coscienza politica di questa esternità, fatta di socialità reali e di cultura ampia e competente il fattore decisivo per dare sostanza e spazio nuovi alla politica. Si pensi, per fare un esempio, al gravissimo problema demografico del nostro Paese – di cui si è occupato con competenza innovativa l’ultimo Progetto-proposta del Comitato del Progetto culturale della Cei −, rispetto al quale l’apparato politico è ottusamente sordo. Come si fa a fare una politica reale oggi condividendo tale congiura del silenzio su un questione di tale portata (in grado di azzerare tutti i tentativi di riforma strutturale e di  progresso sociale)? E come è possibile fare della cosa un oggetto politico se non con una forte strumentazione culturale e una forte solidarietà sociale con cui fare rete e presenza politica alternativa? 

Da questo punto di vista la rilevanza dei cattolici starebbe già nel portare un sistematico contributo a pensare che cosa significhi oggi fare politica e a creare reti culturali e sociali su grandi questioni strategiche; consapevoli che il fronte dei principi non negoziabili caratterizzanti, criteri di salvaguardia di tutta la dignità della persona, non sarebbe certo mortificato, bensì mostrerebbe la sua capillare significanza, quale soglia invalicabile dell’umano in gioco in ogni decisiva questione politica. 

Una nota etica per concludere questo inizio di discorso. È chiaro che un ripensamento forte della politica conduce a prassi e comportamenti diversi, che in fondo si riconducono a ritrovare un nesso reale con la verità delle cose, delle condizioni storiche del vivere, del bene delle persone. Lavorare sulla verità teorica e pratica e avere il coraggio di dirla: sarebbe l’anima di una rivoluzione culturale e politica, che andrebbe organizzata e strumentata, anche contro le enormi resistenze che questo provocherebbe nei cosiddetti poteri forti. Pensiamo, al contrario, alla gran quantità di elevate competenze, anche in ambito cattolico, che hanno fatto silenzio per anni sull’inganno finanziario che stava predisponendo la grande crisi; e tuttora non dicono molto... Il rapporto tra verità e potere è e sarà sempre drammatico. Una nuova politica esige uomini in grado di reggere spiritualmente e moralmente il confronto.



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