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ARTE/ Picasso in Palestina: così un "volto di donna" può cambiare la vita

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In fila per Picasso? (InfoPhoto)  In fila per Picasso? (InfoPhoto)

Tanta gente si è comunque messa in coda per poter vedere il “primo Picasso” della propria vita e così quell’immagine ha finito con l’accendere in molti un desiderio creativo rimasto da sempre sopito per le condizioni in cui quella gente si trova costretta a vivere. Per questo a Kassel Khaled Hourani ha portato un’opera che ad un certo punto dell’esposizione gli era arrivata da un carcerato, detenuto nelle carceri centrali di Gilboa. È una copia del quadro di Picasso, arricchita di alcuni simboli che indicano la condizione di detenzione dell’autore. Non solo, insieme all’opera a Kassel, in occasione della presentazione del docu-film, arriverà anche Amjad Ghannam, il detenuto che nel frattempo, anche grazie all’operazione Picasso, ha ottenuto la libertà. 

Questa è una piccola vicenda, che evidentemente non va caricata di retorica, ma che dimostra quanta energia positiva contenga un’arte che spesso abbiamo frettolosamente ribattezzato come portatrice di negativativià. In un certo senso quindi questa è una vicenda che ha anche una sua valenza “critica”: guardare a Picasso considerando questa sua capacità di essere ancora un attivatore di energie altrui, e indirettamente anche di libertà, certamente aiuta a farsi un’idea più precisa della sua grandezza, aldilà dell’orizzonte di gusto o di sensibilità estetica che ognuno si porta dentro. 

 

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