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STREGA/ Gli "Inseparabili" di Piperno? Solo cinismo e nessuna bellezza

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Alessandro Piperno, Premio Strega, beve dalla famosa bottiglia (InfoPhoto)  Alessandro Piperno, Premio Strega, beve dalla famosa bottiglia (InfoPhoto)

L’archetipo di questa figura è senz’altro il personaggio decadente, in primis i protagonisti sveviani, con un’ipertrofica coscienza di sé e una sottile ironia che colpisce in primo luogo se stesso. Così l’autoironia pervade tutta la narrazione come quando la moglie di Filippo, Anna, arrabbiata col marito per il successo che lui sta incontrando senza troppa fatica laddove lei l’ha sempre ricercato senza mai raggiungerlo, decide di chiudergli «le saracinesche del sesso» o ancora quando il narratore racconta che per Filippo Cannes non ha alcuna importanza, ma che per un tipo come Anna è «la Terra promessa (che Cannes non stia per Canaan, allora?)».

Un po’ nevrotica, fragilissima nel corpo e nella psiche, affettivamente instabile, Anna esercita su di lui un fascino sessuale irresistibile, ancor più quando racconta le sue esperienze sessuali che a soli quindici anni ebbe con il migliore amico del padre. C’è un compiacimento esagerato da parte dello scrittore nel soffermarsi sugli aspetti dell’intimità di coppia. La forza di Anna, a suo dire, è che a differenza di molte altre donne lei non conosce tabù tanto che afferma: «Non avere un corpo certe volte può essere vantaggioso. Per esempio ti impedisce di avere tutta quell’ansia di preservarlo. E forse fu questa la ragione per cui mi consegnai ad un uomo dell’età di mio padre […]. Lui poteva fare di me quello che voleva». Quella voglia di trasgressione, di sessualità svenduta e rappresentata che tanto accomuna il cattivo gusto della società e dei mass media di oggi attraversa anche questo romanzo. Proprio come ne La noia di Moravia, il sesso è la modalità unica di rapporto tra i due coniugi, «l’unico luogo che i due» non hanno «mai osato inquinare con le scorie delle rispettive nevrosi». 

Il trentasettenne fratello di Filippo, Samuel, sta per sposarsi con Silvia, ma vive una relazione con Ludovica, ragazza di ventuno anni, mentre la madre Rachel, dopo la drammatica vicenda dell’accusa di pedofilia mossa al marito Leo Pontecorvo, assomiglia ora un po’ ad un «supereroe» con la sua «incondizionata dedizione alla causa, astinenza, castità, solitudine». 

Piperno affastella un turbinio di flashbacks, sulla scia dell’amato romanziere francese Marcel Proust, cosicché il lettore ricostruisce «il tempo passato» (o perduto?) dei protagonisti. Certamente, non mancano al romanziere la vena narrativa e la capacità linguistica. Mancano, invece, ai suoi personaggi e alla storia qui raccontata, una speranza, una possibilità di redenzione e di cambiamento. Sembra prevalere lo squallore del già sentito, del già visto, di ciò che viene tanto sbandierato come ineluttabile, dal tradimento all’incapacità di amare, dal cinismo alla disillusione sulla vita: «Non c’è dono per cui alla fine non ti venga presentato il conto». 

Se è vero, come è vero, che il romanzo è specchio dei propri tempi, senz’altro Inseparabili testimonia la crisi e la nevrosi dell’uomo contemporaneo, il tanto spazio concesso alla psicologia e alla sessualità. 



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