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STORIA/ Quegli americani ingannati e uccisi dal "vapore" di Stalin

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Erano gli anni in cui Stalin voleva che si producesse «a tutto vapore», quando dopo aver «spezzato la colonna vertebrale della vecchia ingegneria russa», l’Urss aveva bisogno di tecnici e tecnologia occidentali per stare nei ritmi fantasiosi dei piani quinquennali. L'America divenne modello e oggetto di venerazione, per Stalin occorreva combinare «lo slancio rivoluzionario russo» con il «senso pratico americano»: così la Cooper partecipò alla costruzione della centrale sul Dnepr e grazie alla Ford aprì la fabbrica automobilistica Gaz.

Nei primi anni 30 gli americani presenti a Mosca e in altre grandi città erano in numero tale da giustificare la pubblicazione di un giornale in inglese, e il baseball ebbe un successo popolare al punto da indurre le autorità sovietiche ad introdurlo come sport nazionale. I figli degli immigrati frequentavano scuole in lingua inglese dove però venivano debitamente indottrinati, chiamavano i loro insegnanti «compagni» e indossavano i fazzolettini dell’Organizzazione giovanile comunista. Come disse il poeta Mandel’stam, «credono che tutto sia normale perché funzionano i tram».

Poi, improvvisamente, nel ’37 iniziarono le Grandi purghe che colpirono anche gli stranieri e chiunque avesse legami con loro. 

Ciò che lascia ulteriormente allibiti è che le richieste di aiuto dei detenuti americani, giunte spesso dopo rischiose peripezie all’ambasciata, furono insabbiate dagli stessi diplomatici a Mosca e dai funzionari a Washington, che ignorarono i loro sventurati compatrioti.

Avrebbero potuto salvarli? Stalin era sufficientemente furbo per accontentare un partner commerciale come gli Usa; tuttavia in quegli anni a Mosca era ambasciatore J.E. Davies, un ammiratore del dittatore sovietico che amava assistere ai processi contro i «nemici del popolo» e autore del best-seller filosovietico Mission to Moscow.

Una seconda ondata di americani, circa 3mila, finì nei lager sovietici al termine della seconda guerra mondiale, quando l’Armata rossa entrò nei campi di prigionia nazisti e l’Urss si rifiutò di restituire questi uomini o addirittura di riconoscerne l’esistenza. Con l’inizio della guerra fredda, di costoro si persero le tracce. Pochi furono i superstiti che hanno lasciato memorie, fra i quali Victor Herman e Thomas Sgovio.

 



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COMMENTI
16/07/2012 - E gli ortodossi? (Giuseppe Crippa)

La presenza di un consistente numero di americani nella Russia comunista mi era totalmente sconosciuta e ringrazio Angelo Bonaguro per averla presentata qui. Gli chiederei cortesemente di riprendere in futuro l’argomento magari presentando l’atteggiamento della Chiesa ortodossa verso questi “immigrati” presumo di credo protestante.