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IL CASO/ La natura, Dio e l'errore di Gianni Vattimo

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Rappresentazione grafica dell'esperimento compiuto al Cern sul bosone di Higgs (InfoPhoto)  Rappresentazione grafica dell'esperimento compiuto al Cern sul bosone di Higgs (InfoPhoto)

Si tratta perciò di una presenza effettiva ed efficace, non di una mera finzione da noi inventata, ma di una dimensione che, in parte, trascende le nostre capacità di comprensione e di espressione, e per questo dobbiamo fare ricorso a molteplici simboli. Tuttavia anche chi non dimentica quella storia filosofica tende ad affermare che anch’essa si collocava in una prospettiva inevitabilmente cosmologica, connessa con la scienza del tempo, sicché anche chi pensava di poter dimostrare l’esistenza di Dio, poteva tentarlo solo facendo ricorso alla fisica, in un modo certamente molto più elaborato e sofisticato, ma qualitativamente non diverso da chi oggi parla di una “particella di Dio”.

Qui però l’equivoco nasconde (e lascia presupposta) una precisa concezione filosofica, che va posta in chiaro e messa a tema: è il motivo per cui, all’inizio, si diceva che certi equivoci fanno emergere questioni su cui riflettere. Certamente, se oltre al sapere scientifico non fosse possibile altra conoscenza razionale e rigorosa, resterebbe solo questa alternativa: o Dio lo si trova tra gli elementi della fisica (e per parlarne si deve, alla fine, fare sempre e solo una cosmologia) oppure Dio è solo una metafora, un mito essenziale per la nostra esistenza e per dare un senso all’umana storia (in quanto distinta dalla mera evoluzione della natura), ma non potrebbe essere affermato con verità nella sua realtà e nel suo rapporto con il mondo (ammesso che verità e realtà abbiano ancora un significato ulteriore a quello, assai delimitato, posseduto dal sapere scientifico). È l’atteggiamento che, anche recentemente, ha manifestato con grande chiarezza Gianni Vattimo. 

Ove, invece, la razionalità umana non si restringa a quella applicabile alla realtà empirica, nei suoi aspetti quantitativi e calcolabili, ma si allarghi ad afferrare e comprendere anche dimensioni strutturali e universali, “trascendentali”, del reale, pur sempre cercando di argomentare con rigore, allora si dischiude uno spazio per la riflessione ontologica e metafisica, grazie alla quale a Dio si può pervenire anche muovendo dalla natura, senza però confonderlo con alcuno degli elementi naturali. E Dio può essere, in qualche modo, compreso anche concettualmente, sia pure in maniera inadeguata, senza che perciò si riduca a un mito meramente consolatorio e rassicurante. E in questa prospettiva, ci si può pure chiedere se la storia umana abbia un senso, quale esso sia e se possa essere conosciuto scientificamente. 

Natura e storia, pur muovendosi nella stessa direzione, hanno percorsi diversi; la necessità o casualità della prima lascia, nella seconda, ampio spazio all’umana libertà e all’imprevedibilità: l’affermazione per cui la storia ha un senso non equivale alla pretesa di conoscere questo senso in modo esauriente e totalizzante, né esclude quel mistero, che, anzi, rende la ragionevolezza più vera e umana, proprio perché più consapevole dei propri limiti costitutivi, oltre che delle proprie possibilità.



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