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IL CASO/ La natura, Dio e l'errore di Gianni Vattimo

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Rappresentazione grafica dell'esperimento compiuto al Cern sul bosone di Higgs (InfoPhoto)  Rappresentazione grafica dell'esperimento compiuto al Cern sul bosone di Higgs (InfoPhoto)

Spesso i dibattiti più fervidi nascono da autentici equivoci: tuttavia, qualche volta mettono in luce questioni meritevoli di riflessione, che non possono essere eluse con una semplice battuta. La scoperta della particella di Higgs costituisce uno di questi casi: prevista a livello teorico, ma finora mai rinvenuta sperimentalmente, è stata per anni inseguita, per corroborare il cosiddetto Modello Standard, elaborato nella seconda metà del secolo scorso, allo scopo di offrire un quadro teorico unitario capace di abbracciare meccanica quantistica e relatività speciale e di collegare tutte le particelle elementari e le forze che le connettono, con esclusione della forza di gravità. Tale particella, detta anche bosone, ha una funzione centrale rispetto a tutte le altre, giacché le costringe a interagire e ad aggregarsi tra loro, in modo che, rallentate dall’attrito (e non viaggiando più alla velocità della luce), acquisiscono una massa che prima non avevano. E in tale processo anche il nostro bosone acquista una sua massa. Ecco perché la scoperta di tale particella è stata salutata come un evento epocale.

Ma il bosone di Higgs è stato anche chiamato “particella di Dio”, grazie all’equivoco probabilmente voluto dall’editore di un volume del fisico Leon Lederman, a esso dedicato, che avrebbe dovuto intitolarsi The Goddam Particle, cioè “la particella maledetta”, in quanto sempre sfuggevole. Ma il testo apparve come The God Particle: con un titolo che, dal punto di vista della fisica, non ha alcun senso, ma è stato, in compenso, molto suggestivo. E con questo chiarimento la questione sarebbe risolta, in quanto dissolta: Dio, con questa particella, non c’entra affatto, né, con quel nome, si sarebbe mai preteso di ritrovare Dio in una nicchia dell’infinitamente piccolo, come qualcuno aveva, una volta, preteso di incontrarlo nello sterminato spazio intorno alla terra. 

Tuttavia, non pochi hanno giustificato quel nome e il riferimento a Dio, non solo considerando la difficoltà di afferrare quella particella, ma forse pensando alla sua funzione di attribuire la massa alle altre particelle, consentendo il costituirsi del nostro mondo materiale. E allora nei dibattiti, costruiti su tale equivoco, ha fatto lentamente capolino un’altra questione, questa sì rilevante, anche se solo occasionalmente connessa con la scoperta dei giorni scorsi: ha senso pretendere di scoprire Dio all’interno della natura, quasi ne fosse, se non la causa prima o il primo anello, come un tempo si riteneva, almeno un costituente essenziale, un elemento peculiare?

E qui, al primo equivoco (che può essere facilmente dissolto) rischia di aggiungersene un altro più sottile e resistente, giacché Dio può essere ricercato (e trovato) nella natura in modi assai diversi. Nessuno che ricordi Platone o Aristotele, Agostino o Tommaso penserà di trovare Dio tra le particelle elementari: Dio è detto intimo e intrinseco a tutta la realtà, non su un piano fisico, empiricamente rintracciabile, ma in quanto è quell’Essere che consente a tutti gli enti (materiali e non) di esistere, giacché essi sono privi di autonoma consistenza ontologica e, quindi, sarebbero travolti dalla loro vertibilitas in nihilum



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