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LETTURE/ La lezione di Leopardi ai giustizialisti di ogni tempo

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Il punto è che, oltre a ridurre i desideri del «proprio petto», «gli eccelsi spirti» che ciarlano sulle «pubbliche cose» non riescono nemmeno a rispondere ai «bisogni del secol nostro». E i discorsi sui diritti e sui doveri non realizzano altro che la proiezione di un mondo inesistente:

niuna repubblica, niuno istituto e forma di governo, niuna legislazione, niun ordine, niun mezzo morale, politico, filosofico, d’opinione, di forza, di circostanza qualunque, di clima ec. è mai bastato né basta né mai basterà a fare che la società cammini come si vorrebbe, e che le relazioni scambievoli degli uomini fra loro, vadano secondo le regole di quelli che si chiamano diritti sociali, e doveri dell’uomo verso l’uomo. (Z 2644)

Per dirla con altri termini dello Zibaldone, «l’abuso e la disubbidienza alla legge, non può essere impedita da nessuna legge» (Z 229). C’è bisogno di qualcosa d’altro, infatti, affinché la legge possa reggere. 

Leopardi lo esemplifica distinguendo l’effetto delle leggi da quello del teatro: qual è infatti lo «scopo» delle opere teatrali? «Ispirare odio verso il delitto. Questo è ciò che le leggi non possono», in quanto il loro «uffizio» consiste nell’«ispirar timore» dell’«effettiva esecuzione delle leggi penali». Se l’opera d’arte non suscitasse odio, entusiasmo, squilibrio, se non muovesse il fondo della natura umana, insomma, «meglio sarebbe una predica dell’inferno o del purgatorio; e meglio ancora una lettura del codice penale». (Z 3448-9). Ma la «lettura del codice» non tocca l’uomo: «leggi, pene, premi, costumi, opinioni, religioni, dogmi, insegnamenti, coltura, esortazioni, minacce, promesse, speranze e timori di un’altra vita, niente ha potuto far mai, niente è né sarà bastante di fare, che l’individuo di qualsivoglia società umana, conformata come si voglia, non dico giovi altrui, ma si astenga dall’abusarsi» (Z 3775). 

Di che cosa c’è bisogno allora perché rinasca un amore alle leggi? «Tutti sanno con Orazio che le leggi senza i costumi non bastano, e da altra parte che i costumi dipendono e sono determinati e fondati principalmente e garantiti dalle opinioni» (Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’italiani, 447-8). Quali «opinioni», dunque, costituiscono il fondamento dei «costumi»? Davvero potranno essere rintracciate nei corsi di educazione alla legalità o nei regolamenti? Il dubbio è legittimo, anche perché, «se mancati i grandi delitti e i grandi vizi, potranno aver luogo le grandi virtù, le grandi azioni, questo è un problema» (Z 4289). Siamo in un tempo piccolo, per dirla con le parole di T.S. Eliot: «our age is an age of moderate virtue / and of moderate vice» (Cori da «La Rocca», VIII).

È ovvio: «tolta alla virtù una ragione presente, o vicina, e sensibile, e tutto giorno posta dinanzi a noi», leggiamo ancora nello Zibaldone, «è tolta anche la virtù: e la ragione lontana, insensibile, e soprattutto, estrinseca affatto alla natura della vita presente, e delle cose in cui la virtù si deve esercitare, questa ragione, dico, non sarà mai sufficiente all’attuale e pratica virtù dell’uomo, e molto meno della moltitudine» (Z 2576). 



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