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LETTURE/ La lezione di Leopardi ai giustizialisti di ogni tempo

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Ecco l’indicazione di un punto di partenza: ci vuole «una ragione presente» per muovere la virtù, non una «ragione lontana» ed «estrinseca», perché nell’astrattezza delle ragioni non rinasce la virtù. Non le norme, ma l’enorme: l’enormità dell’uomo, armato dei suoi «desideri infiniti» (Sopra il ritratto di una bella donna). Le cose lontane, anzi, vivono solo quando si incarnano nella «vita presente», quando perfino l’infinito e «l’eterno» si affacciano all’orizzonte dello sguardo sulle cose normali, sulla stagione «presente e viva». 

Così, di fronte a una siepe, il pensiero moderno può esser progredito fino al punto di legiferare che venga protetta, curata, innaffiata, adottata, che nessun cane la sporchi, e che sia difesa perché il verde pubblico è un diritto, come è un diritto la sostenibilità ambientale ed è un diritto la salvaguardia ecologica, e tutti gli studenti possono anche frequentare splendidi corsi sui diritti della siepe; ma difficilmente purtroppo, davanti a quella siepe, ci verrebbe in mente l’infinito, come invece accadde un giorno al ventunenne Giacomo Leopardi. 

Bisogna ammettere che la distanza fra i due atteggiamenti è siderale: perché se il cuore può respirare la grandezza dell’infinito perfino al cospetto di una banalissima siepe, allora quella siepe sarà guardata con una commozione immensa e sarà chiamata «cara»; se invece lo sguardo la registra soltanto come una siepe, tutte le regole saranno sentite come estrinseche e di fatto essa sarà trattata come un inutile mucchio d’erba.

Mi pare che l’alternativa che il poeta di Recanati continua a proporci si giochi qui: se di fronte a una siepe c’è spazio soltanto per pensieri ecologici o anche per «pensieri immensi» (Le ricordanze). 

 



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