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GIORNALI/ Barcellona: riuscirà l'Italia creativa a battere quella degli intellettuali?

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Secondo Mercalli la vita del pianeta e della terra, i suoi sussulti, le sue dinamiche, le sue rabbie improvvise e le sue straordinarie bellezze non appartengono più al discorso dell’uomo. Il discorso dell’uomo si è miseramente ristretto alle sue condizioni economiche, ai suoi consumi e alla sua contabilità monetaria. Non si avverte più nessuna inquietudine profonda che interpelli il senso della vita sul pianeta, non tanto per riflessioni filosofiche e metafisiche ma per le evidenti implicazioni che riguardano il modo di stare al mondo e di vivere le dimensioni quotidiane delle nostre attività. 

Ciò che mi colpisce è la mancanza di reattività, specialmente delle élites intellettuali che dovrebbero stimolare le capacità critiche dell’opinione pubblica. Faccio un esempio a caso. Il sottosegretario De Gennaro ha espresso solidarietà ai poliziotti condannati per le terribili atrocità che sono state compiute al G8 di Genova. Nessuno mi risulta si sia indignato sui grandi giornali quotidiani e sui media per questa assurda solidarietà con autori di reati condannati con sentenza di un giudice italiano. De Gennaro è uno dei personaggi più inamovibili della Repubblica e, allo stesso tempo, al centro di una quantità di fatti inquietanti e mai chiariti. Allo stesso modo, l’ex ministro Mancino continua ad attaccare le procure della Repubblica senza che si riesca a fare mai chiarezza sulla ormai famosa trattativa fra Stato e mafia. Invece di occuparsi del grande problema del doppio Stato e di sollevare una volta per tutte il tema della verità della nostra Repubblica, gli intellettuali italiani preferiscono parlare del ritorno di Berlusconi chiedendosi se Bersani sarà in grado di costruire un’alternativa, senza rendersi conto che la maggioranza degli italiani non ha proprio alcun interesse a conoscere le intenzioni segrete di questi illustri personaggi che ormai da anni occupano la scena. 

Il clima che avverto è quello di un disarmo generale dove si è perso il senso della responsabilità che ciascuno ha di fronte alle vicende del mondo che lo circonda. Ciò che rende insopportabile questa situazione è proprio questa rarefazione delle opinioni, questa rinuncia a ogni invettiva contro gli abusi e le prepotenze, questo disimpegnarsi rispetto al proprio ruolo: in definitiva, questa assenza di azioni che diano davvero il senso di una reazione all’andazzo mortifero delle giornate che si susseguono con i notiziari delle borse in prima battuta. 

Non credo che il problema sia soltanto del linguaggio che ottunde i pensieri anziché stimolarli e di questa sorta di apatia rassegnata che oramai rappresenta lo spirito di un popolo stanco e declinante, ma l’assenza di gesti capaci di testimoniare concretamente la novità di una scelta che vuole essere anche modello per altri. Ciò che stiamo dimenticando infatti è che il mondo non è quello dei giornali o dei media ma quello in cui un uomo si sveglia la mattina e, cercando di dare un nuovo corso alla propria vita, compie un piccolo gesto inusuale, come persino quello di accompagnare una persona anziana ad attraversare le strisce pedonali di una strada o di offrire una granita all’usciere del proprio ufficio. Nella crisi del linguaggio pubblico, la rottura può essere soltanto una testimonianza concreta, un’assunzione di responsabilità verso il proprio agire che manifesti davvero la volontà di cambiare il mondo delle cose esistenti. 

 



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