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LETTURE/ Si può essere padri senza soffrire?

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Rembrandt, Il ritorno del figliol prodigo (1666, particolare; immagine d'archivio)  Rembrandt, Il ritorno del figliol prodigo (1666, particolare; immagine d'archivio)

Il romanzo è anche un particolare saggio sulla paternità. Ma lo è in un senso tutto diverso da una paternità intesa come tutela – al contrario: qui viene descritta la paternità come una modalità sorprendente e dolorosa di “imparare la vita”, di essere padri proprio nella capacità di riscoprirsi figli: di lasciare continuamente aperta in sé la possibilità dell’evento.

Tutto quello che c’è di più bello, nel romanzo, è dato nella dimensione di una sorpresa, di un imprevisto. E quello che forse più colpisce è proprio una caratteristica: l’instabilità. Marcello Magni è sempre vacillante e pellegrino, sempre percosso da un’inquietudine inspiegabile persino a se stesso – ma sempre, nel rapporto col figlio, è una instabilità che ha in sé la possibilità di un cammino: anzi, che addirittura lo preserva, lo rende continua novità, lo riempie di speranza: «Man mano che s’inoltrava, però, cresceva in lui una certezza: nulla si distrugge o si cancella; vive dentro di te quello di cui hai davvero bisogno, anche se magari sanguina come una piaga; da qualche parte, recupererai tutto quello che ti sembra mancare, e quello che non tocchi e che non ti vedi accanto».

 

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