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LETTURE/ Si può essere padri senza soffrire?

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Rembrandt, Il ritorno del figliol prodigo (1666, particolare; immagine d'archivio)  Rembrandt, Il ritorno del figliol prodigo (1666, particolare; immagine d'archivio)

Franco Perrelli, professore di Discipline dello spettacolo all’Università di Torino, nonché grande esperto di teatro e letterature nordiche, certamente sapeva che scrivere un romanzo è cosa ben diversa dalla stesura di un saggio, di un commento o di una traduzione: un romanzo, per sua natura, necessita di quella “finzione” che sola, in questo genere, permette l’accesso ad un fianco della realtà difficilmente penetrabile altrimenti. Un romanzo è l’esplorazione di una possibilità fino alle sue estreme conseguenze, è la compromissione di se stessi e del proprio sguardo in favore del racconto: per arrivare ad una trasparenza della realtà. Non si può raccontare qualcosa se non la si è in qualche modo attraversata – non si può narrare senza un inesorabile desiderio di capire. E questo può comportare un sacrificio, può costare del sangue: paradossalmente, la finzione romanzesca costringe prepotentemente a fare i conti con il mondo. Cos’è infatti un personaggio se non una possibilità dell’essere, ancora inesplorata?

Quella di Marcello Magni, protagonista di questo primo romanzo di Franco Perrelli (Il padre e il figlio, Edizioni di Pagina), è appunto una storia sanguinosa: sanguinosa non per l’efferatezza dei contenuti, ma perché è in qualche modo la vicenda di una ferita. Marcello Magni è un attore famoso, in età ormai avanzata, in crisi per motivi che neanche lui sa ben spiegarsi: senso di colpa per un successo che sente di non meritare, scontentezza nei confronti della propria professione e della propria vita, il sospetto di un grave problema di salute. In questa situazione, si trova a dover ospitare in casa sua nientemeno che suo figlio, un ragazzo di undici anni avuto in seguito a un rapporto occasionale con la maschera di un teatro, anni prima – un figlio mai visto, mai accettato. Ma è questo figlio a rimettere in discussione la vita di Marcello Magni, in un modo che è tutto sorprendente, destabilizzante – sempre diverso da come ce lo si aspetterebbe, diverso e inaspettato come sempre sa essere la vita quando irrompe. E anche quelle che nel romanzo possono sembrare delle ingenuità linguistiche o narrative sono come “salvate” dal baluginare di questi momenti, in cui i personaggi – e, insieme, il romanzo stesso – sono rivelati a se stessi, illuminati in quella sorpresa (del lettore e del personaggio) che sola permette un attimo di vera conoscenza.

Il romanzo riesce ad essere tante cose insieme. È anche e soprattutto un “romanzo teatrale”: e in questo senso il professore non ostacola il romanziere, ma gli viene in soccorso. Molti sono i punti in cui ad essere rivelata è la vocazione teatrale, il suo nascosto segreto: la pratica del teatro, la risposta alla chiamata di un mestiere così particolare, emerge in tutta la sua natura misteriosa – e che come mistero, come un inoltrarsi nel mistero, va affrontata.



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