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LETTURE/ Nel mito greco, il "segreto" dello spread

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Proprio perché vuole evidenziare questa vita del mito e del simbolo nel nostro presente, il libro di Zanetto ricorda anche che il mito è “parola”, e dunque è “narrazione”: la Grecia è costruita dalle storie che si leggono nei suoi paesaggi, nei suoi luoghi, da Delfi alla Macedonia, sino a Olimpia e all’Acropoli. Il mito non è mistica magico-poetica, bensì consapevolezza storica – e visiva – svolgendo una funzione conoscitiva: già nella loro originaria dimensione linguistica, i miti sono una forza che costituisce l’anima delle nostre azioni, di ciò che spinge l’uomo ad approfondire la propria sensibilità nella creazione artistica, trasformando in gesto le espressioni del linguaggio.

Leggendo il libro di Zanetto, seguendo i suoi itinerari, comprendiamo così la legge che guida il mito, le sue alchimie e le sue metamorfosi, l’incessante scambio interpretativo fra natura e uomo che il suo potere realizza e che non è riducibile a schemi meccanicisti. Lo stupore di fronte al mondo, quello che in Grecia ha spesso accolto il visitatore, da un tramonto a capo Sunion o al mare di Ulivi che si apre dall’altura di Delfi, sono il segno di quella polivalenza antropologica dello spirito che il mito stesso dimostra nelle parole poetiche, nella molteplicità propria di luoghi, memoriali e immemorabili, che la Grecia offre.

 Il libro di Zanetto, nel fascino dei suoi percorsi, aiuta dunque a non vedere la Grecia nell’ottica esclusiva di una crisi economica, peraltro indotta e stimolata in palazzi ben lontani da quelli greci, bensì a studiarla alla luce di una più profonda crisi dello spirito moderno, crisi che guardando ai valori simbolici che la Grecia presenta può forse permettere di riannodare i fili di una tradizione,  cercando di comprendere che cosa è stata, che cosa è e che cosa potrà essere la nostra storia:  l’Europa sta ora perdendo la sua memoria e la sua tradizione e la crisi dell’Europa è, in primo luogo, una crisi della modernità, in cui le differenze si sono così parcellizzate e miniaturizzate da non essere più in grado di trovare un minimo comun denominatore, e da non reperire più, al tempo stesso, le antiche matrici comuni.

Il libro di Zanetto invita dunque a guardare alla nostra storia, recuperando un’idea originaria di “qualità”, mettendo in noi il sospetto che forse la crisi dell’Europa ha avuto avvio nel momento in cui la quantità ha dominato incontrastata, nel momento in cui la mera grandezza materiale, gli elementi di statistica, i numeri, hanno indotto a dimenticare, in questo grande “capo dell’Asia” che è l’Europa, quelle differenze qualitative su cui si fonda il lavoro storico della nostra attività spirituale. L’unico modo per difendere questo principio qualitativo, eliminando di conseguenza l’incombente dominio del quantitativo, è forse la poiesis, l’arte, quell’orizzonte costruttivo che è  capace di restaurare, di riunificare un’idea mitica di forma, che sempre trova fra le differenze che caratterizzano il mondo della qualità un punto mediano, un equilibrio mobile, una regolamentazione: l’arte è quella tradizione simbolica che mette in dialogo le differenze che accoglie.



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