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LETTURE/ Purgatorio, XVI: perché si è corrotto l'amore di Dante?

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Dante Alighieri (immagine d'archivio)  Dante Alighieri (immagine d'archivio)

Se alla parola «cielo» sostituiamo espressioni come «storia personale», «malattia», «fattori biologici», «povertà», possiamo vedere come la domanda di Dante, se cioè l’uomo sia libero di fare il bene, o se il cielo ne indirizzi inesorabilmente le mosse, sia dei nostri tempi così come lo era dei suoi.  

Quel che forse ai tempi nostri è meno usuale, è la chiarezza petrosa con cui Marco risponde: ma quale cielo, non ti accorgi che è tutto in mano tua? Avete il libero arbitrio, e «lume» per distinguere il bene e il male. Ma sopra tutto, il «libero voler; che se fatica / ne le prime battaglie col ciel dura, / poi vince tutto, se ben si notrica» (Pur. XVI, 75-78). Se come pensate voi uomini, dice Marco, «tutto / movesse seco di necessitate» (Pur. XVI, 68-69), allora non ci sarebbe libertà, né ci sarebbe merito o colpa. E se di prima impronta il suo richiamo può urtare la nostra sensibilità, perché sembra aprire la strada a un giogo di leggi e doveri che non libera ma soverchia, quel che Marco intende – è che è la novità scandalosa e paradossale del cristianesimo – è proprio l’opposto. Egli ben sa che il peccato originale esiste, e che c’è viva nell’uomo l’esperienza descritta da San Paolo di desiderare il bene e fare il male. E il suo sprezzo non è infatti per il bene che non si fa, ma per il bene che non si desidera; non perché «a quel valore» da lui amato l’uomo non sa corrispondere, ma perché ha rinunciato a sperarlo, vi ha ormai «disteso l’arco».

4. Non la capacità del bene, ma l’amore del bene. Non il desiderio, ma la sua direzione. E per chiodarlo in testa a Dante, Marco gli narra, narrandola così a noi, la dinamica per cui l’anima bambina – che appena creata da Dio non conosce nulla di sé se non la nostalgia confusa di un bene, di un’origine che ha inscritta nella pelle e a cui vuol tornare – desiderando e sbagliando, volendo e temendo, conosce se stessa e l’oggetto del proprio desiderio: «“[…] Esce di mano a lui che la vagheggia / prima che sia, a guisa di fanciulla / che piangendo e ridendo pargoleggia, // l’anima semplicetta che sa nulla, / salvo che, mossa da lieto fattore, / volontier torna a ciò che la trastulla. // Di picciol bene in pria sente sapore; / quivi s’inganna, e dietro ad esso corre, / se guida o fren non torce suo amore. // Onde convenne legge per fren porre; / convenne rege aver, che discernesse / de la vera cittade almen la torre”» (Pur. XVI, 85-96).

Non è amare le cose del mondo, l’errore che Marco rimprovera all’uomo: quello è anzi un bene desiderato da Dio stesso, che a ciascuno affida delle preferenze perché attraverso di esse possa imparare ad amare tutto. Quello che Marco rimprovera a Dante e agli uomini è altro, è l’illusione che una sola di queste cose amate possa essergli sufficiente, che sappia colmare il suo infinito bisogno di tutto. 



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